CultureQuando Donizetti parla la lingua di Flaubert. E Devielhe trionfa in Lucie
All’Opéra-Comique trionfa la rara versione francese della Lucie de Lammermoor di Gaetano Donizetti. La regia brutale di Evgeny Titov incontra la direzione filologica di Speranza Scappucci e il debutto folgorante di Sabine Devieilhe. Il sogno ora è una Salomé di Richard Strauss nella versione con il libretto francese originale di Oscar Wilde

Il debutto di Sabine Devieilhe nel ruolo di Lucie domina, con pieno merito, il successo di un’operazione culturale di altissimo livello sostenuta dal Palazzetto Bru Zane, la raffinata istituzione francese con sede a Venezia che continua il proprio lavoro di riscoperta del repertorio romantico francese insieme all’Opéra-Comique, oggi uno dei teatri più intelligenti e coraggiosi nella scelta dei titoli e dei registi.
Questa nuova Lucie de Lammermoor ripropone la versione francese in quattro atti della Lucia di Lammermoor, adattata dallo stesso Gaetano Donizetti per Parigi sui versi tradotti da Alphonse Royer e Gustave Vaëz a partire dal libretto italiano di Salvadore Cammarano, tratto dal romanzo The Bride of Lammermoor di Walter Scott.

Ed è inevitabile pensare anche a Gustave Flaubert e alla sua Madame Bovary, dove la protagonista Emma si abbandona alle fantasie romantiche proprio ascoltando Lucia di Lammermoor: uno dei passaggi più celebri della letteratura ottocentesca sul potere seduttivo dell’opera italiana.
Sul podio, Speranza Scappucci guida con sensibilità (anche se con stacchi di tempi che a volte si vorrebbero forse più rapidi) e slancio romantico l'Insula orchestra e il Chœur Accentus, impegnati in una lettura filologica capace però di evitare qualunque freddezza museale. La concertazione cerca colori inconsueti, tensioni nervose e sonorità più scabre, soprattutto nei momenti di maggiore violenza psicologica.

La regia di Evgeny Titov esaspera infatti la brutalità della storia trasformandola in una riflessione contemporanea sulla violenza contro le donne. Lo spettacolo si apre con una donna incatenata e abusata da un branco di uomini, immagine che evoca la caccia al cervo descritta nel libretto e che imposta subito il tono cupissimo della produzione.
Tra i momenti più impressionanti, naturalmente, la scena della follia, dove la Devieilhe conferma qualità musicali e teatrali fuori dal comune. L’utilizzo di un flauto traverso ottocentesco restituisce un timbro straniante e fragile, non lontano dall’effetto della glassarmonica prevista nella tradizione italiana dell’opera.
Accanto a lei si distingue un cast omogeneo e di livello, con il tenore Julien Behr e il baritono Florian Sempey tra i più applauditi della serata, insieme a Nicolas Courjal, Marion Lebègue e Enguerrand de Hys.

Colpisce, leggendo l’eccellente programma di sala, ricordare come all’Opera di Parigi il titolo fosse rimasto in repertorio in lingua francese fino al 1971, per poi sparire fino alla storica produzione del 1995 firmata da Andrei Serban.
Il successo finale è caloroso e lascia una speranza: che un’operazione culturale altrettanto ambiziosa possa presto riportare sulle scene anche la rarissima Salomé di Richard Strauss nella versione con il libretto francese originale di Oscar Wilde, praticamente non documentata nei repertori internazionali, mentre una Lucie de Lammermoor con Roberto Alagna si era ancora ascoltata negli anni Novanta. (riproduzione riservata)