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Peter Philips: «Con Dior beauty vorrei truccare Cleopatra o Marilyn Monroe»

«Sarebbe interessante creare il look nel contesto del loro tempo, con i limiti e le possibilità di allora», spiega a MFF-Magazine For Fashion 127 il creative and image director della linea di bellezza della maison. Che svela la nuova collezione Diorshow: «Chi la indossa può creare una narrazione personale»

di Francesca Delogu
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Un ritratto di Peter Philips (foto Lee Jong-Il/courtesy Dior beauty)
Un ritratto di Peter Philips (foto Lee Jong-Il/courtesy Dior beauty)

Il suo ufficio parigino sembra il laboratorio di un inventore, con libri impilati come architetture silenziose e oggetti che hanno qualcosa di rituale. Non è difficile immaginare che da lì possano nascere palette futuristiche e idee audaci, destinate a fare tendenza in passerella. Peter Philips, creative and image director Dior beauty, parla del trucco con una concentrazione che vibra sotto la superficie. Apre le palette come fossero piccoli scrigni, le inclina verso la luce, accarezza le texture con lo sguardo prima ancora che con le dita. Nato ad Anversa nel 1967, ha studiato fashion design alla Royal academy della sua città negli anni incandescenti in cui gli Antwerp six ridefinivano la moda. Ma è nel trucco che ha trovato la sua vera voce. Appassionato di film d’epoca e di arte, ha cominciato a studiare volti, luce e fotografia imparando dall’osservazione delle donne sui set. Nel 2014 è arrivato da Dior, dove orchestra formule e costruisce l’identità beauty delle sfilate. Un equilibrio sottile tra pelle perfetta e desiderio di gioco, disciplina couture e libertà di sperimentare.

Partiamo dai nuovi ombretti Diorshow. Alcuni colori evocano un immaginario molto pop. Dialoga con la storia dell’arte quando crea?

Dipende dal tema e dalla collezione. È più facile trovare ispirazione negli archivi Dior, dove si è sempre connessi con l’arte. In questo lancio non c’è uno storytelling di partenza, tipo «mi sono ispirato a un giardino». È più «stiamo facendo un nuovo mascara e lo associamo agli ombretti». La narrazione è legata al prodotto in sé e alle sue possibili combinazioni.

Come nascono i suoi «colpi di scena» nel make-up?

La palette Diorshow midnight lamé ha il blu. Non è un colore commerciale, ma in una collezione come questa potevo usarlo come un playground per testare nuove combinazioni e texture. Se si abbina al nuovo mascara elettrico, il look si completa, diventa dichiarativo. I colori raccontano la storia che ognuno di noi ci vede dentro: possono essere ispirati alla natura, al mare e al cielo, oppure alla Pop art, ai tessuti, persino alla tecnologia, perché ci sono palette in toni molto freddi. Chi li indossa può creare una narrazione personale.

Bisogna metterci espressione personale nel mescolare le nuance.

È un’opportunità per giocare. Di solito la costruzione delle palette è molto codificata: i colori in alto sono più chiari, da giorno, quelli in basso intensi, spesso per look più drammatici. Ho mantenuto un po’ questa struttura anche qui, ma in questo caso l’ho resa esplosiva, sperimentale. È divertente poter considerare ogni tonalità come un ombretto mono.

C’è un filo conduttore in questo make-up per gli occhi?

Un elemento comune nelle cinque palette è la tonalità centrale. È una sorta di esperimento con un nuovo pigmento, più lamé ma con una morbidezza particolare. Ha quasi un effetto acquoso.

E per quanto riguarda le labbra?

Per questo lancio l’attenzione è sugli occhi, sono protagonisti assoluti. Preferisco che le labbra non tolgano attenzione, perché lo sguardo può essere deciso, forte. Mi piace usare solo il Lip glow oil, che dona una luminosità straordinaria.

Che cosa significa per lei oggi avere una «pelle perfetta»?

Anche la pelle segue le tendenze, come la moda. C’è stato un periodo in cui tutti la preferivano matte, poi è arrivato il trend che la voleva scolpita, super abbronzata e infine decisamente pallida. Negli ultimi anni, sui social ho visto molte ragazze puntare su sottotoni caldi, quasi giallo-oliva. Ora credo che si stia tornando alla luminosità quasi iridescente. È molto attraente per le giovani generazioni, ma valorizza anche le pelli più mature. Riflette la luce e rende l’incarnato radioso anche in una giornata grigia.

Ascolta musica mentre crea?

Mi piace molto, ma non la porto con me. Tanto tempo fa Karl Lagerfeld mi regalò un mini iPad con dei brani dentro, perché trovava triste che non ne avessi. In seguito Sam McKnight mi diede un iPad con circa 3 mila canzoni: era la sua playlist, un mix incredibile di dance, disco, jazz e classica. Quando lavoro, ascolto la musica che c’è sul set. A volte chiedo qualcosa di più calmo, perché se è troppo intensa rischio di farmi trascinare e devo restare concentrato. A casa, invece, mi piace il suono della città o degli uccelli in campagna. La natura è una grande fonte di ispirazione.

Se potesse scegliere un’icona del passato, chi le piacerebbe truccare?

Ce ne sono tante! Sarebbe interessante creare il look nel contesto del loro tempo, con i limiti e le possibilità di allora. Immagini Elisabetta I: andare lì, osservare i rituali di bellezza, i segreti, le parrucche, i costumi. E poi portarla qui e dirle: «Questo è ciò che posso fare per lei con i miei prodotti Dior». Sarebbe fantastico. Mi piace pensare a Maria Antonietta, Giovanna d’Arco, Cleopatra, oppure a star del ’900 come Marilyn Monroe e Grace Kelly.

Parliamo di intelligenza artificiale. Pensa che cambierà il modo in cui percepiamo la bellezza?

Avrà sicuramente un grande impatto, come i filtri o il fotoritocco. Potrebbe anche portare a valorizzare le imperfezioni come nuovo strumento di espressione. Ma bisogna essere consapevoli: può essere pericoloso se non si distingue tra realtà e Ai. Dovrebbe esserci sempre chiarezza.

Artisti, autori o film che la ispirano ultimamente?

In questo periodo mi affascinano i mestieri artigianali. Amo il ricamo e lavoro con l’argilla, faccio un po’ di ceramica. Mi piace guardare video di persone che creano gioielli, che lavorano il metallo, incastonano pietre. Quando vedo Victoire de Castellane all’opera resto senza parole. Abbiamo lavorato insieme a un’edizione limitata di Rouge premier ed è stato pazzesco assistere al processo. A ispirarmi di più non è l’opera finita ma il percorso, dal cervello alle mani. Gli ostacoli generano nuove idee: abbiamo bisogno di sfide per crescere. Internet è incredibile, ma ho nostalgia della ricerca in biblioteca, toccando e sfogliando nascono visioni straordinarie. Se si dipende troppo da Ai e motori di ricerca, una parte del cervello diventa più pigra, mentre un’altra è troppo stimolata: serve equilibrio. Spero che le nuove generazioni riscoprano il valore dell’artigianato. È un bisogno umano. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 14/04/2026 16:00
Ultimo aggiornamento: 15/04/2026 19:05
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