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Culture

Oltre 40 anni nel segno del Made in Italy. La storia di Domenico Dolce e Stefano Gabbana, i founder di Dolce&Gabbana

Quelle degli stilisti sono le avventure di due vite e di un unico marchio, diventato nel mondo sinonimo di italianità dal 1985 a oggi. I suoi simboli, traslati dalla tradizione popolare, hanno scritto pagine di letteratura di una moda 

di Ursula Beretta
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Madonna tra Domenico Dolce (a sinistra) e Stefano Gabbana (a destra) alla fine della sfilata Dolce&Gabbana fall-winter 2026/27
Madonna tra Domenico Dolce (a sinistra) e Stefano Gabbana (a destra) alla fine della sfilata Dolce&Gabbana fall-winter 2026/27

La notizia relativa alle dimissioni di Stefano Gabbana dalle cariche nelle società Dolce&Gabbana holding srl, Dolce&Gabbana trademarks srl e Dolce&Gabbana srl ha riacceso i riflettori su una delle case di moda più storiche del Made in Italy. Una scelta, quella del co-fondatore, che però non lo vede uscire dal suo ruolo di direttore creativo, come sottolineato dalla maison.

La storia di Dolce&Gabbana comincia con una telefonata oltre 40 anni fa e continua a essere raccontata attraverso l’esaltazione della femminilità, passando per la cultura delle origini, soffermandosi su una capacità immaginativa che rende tutto nuovo e, al contempo, fruibile. Un racconto, quello di Domenico Dolce e di Stefano Gabbana, profondamente cinematografico in cui c’è spazio per i bei vestiti, naturalmente, per comparse d’eccezione e per colpi di scena accompagnati, ça va sans dire, da una colonna sonora unica.

Una storia profondamente femminile, capace di tracciare il ritratto di tutte le generazioni di donne, dalla ragazza sensuale alla signora, fino ad arrivare a creare in maniera riconoscibile l’aspetto della nuova italiana, maliziosa e sicura di sé. Come? Per mezzo di collezioni che, con pizzi, ricami e stampe (comprese quelle raffiguranti piatti di pizza e di spaghetti) hanno trasformato gli stereotipi del folklore nazionale in puro lusso; unendo sacro e profano in un gioco creativo i cui motivi barocchi di ascendenza cattolica, le macro croci ricoperte di pietre e i colori intensi come vetrate di chiese hanno acceso abiti sottoveste e scollature vertiginose fino a sdoganare l’utilizzo di riferimenti sessuali nella moda.

Una storia ricca di icone che hanno contribuito a creare l’immagine di un marchio ultra femminile si, ma anche sexy e sovversivo, in cui passato e presente si fondono per dare vita a un eterno femminino che, da Sophia Loren arriva fino a Monica Bellucci, in un archetipo di bellezza che va oltre il tempo e non smette di incantare. Una storia ricca di scelte audaci e controcorrente, profondamente popolare grazie alla sua capacità di incontrare e di assecondare il gusto del pubblico; trasversale e all’avanguardia, perché in grado di utilizzare tutti i canali di comunicazione per arrivare ovunque e da chiunque. E, tutto questo, attingendo alle radici della tradizione per costruire un futuro in cui, come agli albori, non esiste e non esisterà Dolce senza Gabbana. E viceversa.

Sono esistiti separatamente solo nei primissimi anni della loro vita: Stefano Gabbana è nato a Milano nel 1962 da una famiglia di origini venete che gli ha trasmesso il valore del sacrificio e, soprattutto, l’etica del lavoro. Quello duro, di fatica, quello che richiede sudore e che ha segnato profondamente il giovane Gabbana che, dopo il diploma in grafica, ha scelto la moda come professione. Chi l’aveva già scelta, invece, era Domenico Dolce che, a Polizzi Gerosa, il paese in Sicilia nel quale era nato nel 1958, già dall’età di 6 anni disegnava e confezionava vestiti, per poi decidere di studiare fashion design. Ed è stata la moda a farli incontrare, nel 1979, quando Stefano Gabbana fece quella telefonata che diede il via a tutto chiamando lo studio meneghino dello stilista Giorgio Correggiari, di cui Domenico Dolce era assistente, in cerca di lavoro. Un coup de foudre, come nella migliore tradizione del grande schermo, che segnò l’inizio di un sodalizio umano ancor prima che professionale e sentimentale, tale da dare una svolta alla vita di entrambi.

Erano gli anni 80 della Milano opulenta e paninara, una città che si scopriva europea e dove via Montenapoleone imperava come polo trainante dell’economia nazionale, a fare da cornice alle prime presentazioni della nuova griffe, nata da una costola di Do.nna Do.nna (marchio di Dolce) e diventata, per ragioni commerciali, semplicemente Dolce&Gabbana, i cui aneddoti vengono ricordati forse più che gli abiti. Dalla sfilata nel fast food di Burghy, con manichini che sostituiscono le modelle e inviti sotto forma di hamburger che ammuffiscono anzitempo, a quella notturna presso un parrucchiere, con il suo corredo di abiti folli di ispirazione warholiana, il successo sembra una chimera. Ci sono porte sbattute in faccia, debiti che si sommano, uffici minuscoli nei quali continuare a tracciare le fila di uno stile che, al netto delle avversità, prende forma unendo suggestioni e sogni, memorie di un’identità talmente connotante da essere esplosiva e già ricca di quei codici destinati a cambiare l’idea stessa della moda italiana.

Se ne accorse a Pitti Beppe Modenese che invitò i due stilisti a sfilare durante Milano collezioni nuovi talenti nel 1985, con il corredo di una passerella home made ricavata da un lenzuolo da letto di Dolce, e modelle che erano amiche reclutate per mancanza di soldi e che indossavano, oltre alle creazioni realizzate da piccoli laboratori siciliani, i loro accessori personali. La collezione, Real women, attirò l’attenzione della stampa ma non quella dei buyer. Ma fu grazie all’aiuto della famiglia di Domenico Dolce che il lavoro dei due stilisti proseguì, l’anno successivo, con la prima collezione autoprodotta e presentata in via Santa Cecilia, sede dell’atelier di Milano. Una sfilata che fece la storia perché, nel pieno di un’atmosfera milanese fatta di minigonne e spalle squadrate da donna in carriera, la figura femminile proposta da Dolce&Gabbana era quella tradizionale che si poteva trovare tra le popolane del Gattopardo, nelle strade di Verga, nei quadri di Guttuso. Femmine di Sicilia, focose, seducenti e timorate di Dio allo stesso tempo, legate alla famiglia e alla chiesa; un misto di verismo a colpi di corsetti e di guêpière, tra sottovesti e veli esibiti con eroica sfrontatezza. È una mediterraneità nuova, spregiudicata, che si riserva un posto d’eccezione nella moda di quegli anni avanzando con il suo carico di rasi, di pizzi e di chiffon in un universo di emozioni sospese tra modernità e tradizione, tra eros e crocefissi, con vestiti gessati da gangster portati sulla pelle nuda e tailleur doppiopetto che diventano nuovi strumenti di seduzione.

Un immaginario potente che si concretizza nella prima boutique del brand (1986) e che si declina, oltre che nel pret-à-porter, in collezioni di maglie e di costumi (1989), a suggello di una popolarità crescente destinata a esplodere con la quarta collezione, un tributo alle radici siciliane di Domenico Dolce. Protagonista assoluto della passerella era il cosiddetto vestito siciliano, capace di racchiudere, nella sartorialità precisa della sua costruzione, l’essenza stessa del marchio. Definito come uno dei cento abiti più importanti mai disegnati, è un modello che prende spunto da una sottoveste; ha le cinghie che sorreggono il seno, valorizzato da una scollatura precisa, e la silhouette aderente che si allarga verso il basso per consentire movimenti languidi.

Una narrazione di italianità concentrata in un vestito e che, da lì in poi, ha cercato la complicità degli obiettivi dei grandi maestri della fotografia mondiale (Ferri, Scianna, Lindbergh, Meisel, Newton) per trasformare la sicilianità cinematografica delle collezioni del marchio in storie detonanti anche a livello visivo. Ne usciranno immagini ispirate alle protagoniste dei film di Germi e Monicelli, alle ragazze con la pistola e alle sedotte e abbandonate che avranno il volto di celebri top model, ritratte alla stregua di novelle Anna Magnani, Sophia Loren, Claudia Cardinale. Ha cominciato Ferdinando Scianna che ha dato a Marpessa Hennick, nel 1987, l’anima più intima del concept stilistico di Dolce&Gabbana, avvolgendola in candide bluse e in lunghe gonne nere e facendola fotografare da uno scugnizzo siciliano nelle assolate vie isolane. Per poi proseguire con gallerie di scatti magnifici, manifesti di una femminilità plasmabile, di un tocco artistico che trascende l’ago e il filo per farsi portavoce di una moda in movimento e capace di insistere sulla forza del suo coefficiente scenografico e spettacolare insieme. Non stupisce, del resto, che qualche anno dopo i due stilisti non solo comparvero con un cameo nei film di Giuseppe Tornatore, L’uomo delle stelle, e in Nine! di Rob Marshall, ma disegnarono anche i costumi per il capolavoro di Baz Luhrmann, Romeo+Juliet.

E mentre la produzione si allargava e debuttava la prima collezione uomo del marchio, il pret à porter femminile diventava sempre più opulento e immaginifico, ricco di riferimenti colti e impreziosito da lavorazioni certosine che esaltavano il savoir faire artigianale da cui il marchio non poteva più prescindere, tra vestiti ricoperti di cristalli e corsetti decorati a mano. Una profonda sartorialità riconosciuta e acclamata, che ha varcato i confini nazionali non solo con l’apertura di boutique nel mondo e con il riconoscimento del Woolmark Award per la collezione maschile più innovativa del 1991, ma conquistando Madonna, la prima di una lunga serie di celebrities che avranno un peso determinante nella storia dei due stilisti. La cantante americana, in occasione della presentazione del film A letto con Madonna al Festival di Cannes, aveva indossato un corsetto di gemme e una giacchetta di Dolce&Gabbana, un look che aveva fatto il giro del mondo dando l’avvio a una collaborazione proficua per entrambe le parti. La pop star, che dichiarò una vera passione per i vestiti del brand nel cui mix di sensualità e ironia si ritrovava appieno, è stata nel 2010 protagonista della campagna adv e, a più riprese, ha voluto che gli stilisti disegnassero i costumi per i suoi tour. Il rapporto con Madonna fu solo il primo, in ordine di tempo, di una serie di incontri fortunati che hanno legato Dolce&Gabbana a celebri personaggi dello showbiz internazionali (da Nicole Kidman a Isabella Rossellini, da Gwyneth Paltrow ad Angelina Jolie, passando per Matthew McConaughey e Jon Bon Jovi, senza dimenticare Beyoncé, Mari J.Blige e Kylie Minogue) e che hanno contribuito a costruire la riconoscibilità stessa del brand.

La capacità di sorprendere, per Dolce&Gabbana, non si è mai fermata solo agli abiti ma si è incentrata su scelte che si sono rivelate audaci e spesso controcorrente come avvenne, nel 1994, quando nel pieno di un ritorno al minimalismo, debuttò D&G, una linea più sportiva e chiassosa, accessibile a tutti e capace di sedurre gli adolescenti di tutto il mondo seguendo la logica del monogramma-simbolo di una cultura pop. Una connessione, quella con il grande pubblico, che Dolce&Gabbana coltiva da sempre con l’attenzione rivolta ai nuovi linguaggi, alla digitalizzazione crescente, al codice dei social network. Sono stati pionieri in un approccio diverso, che sfrutta il potere dello smartphone e della comunicazione immediata (come le modelle in sfilata nel 2016 che scattano e postano selfie) e che anticipa le tendenze sostituendo in passerella e nel parterre le celebrities prima con i blogger poi con gli influencer, fino a invitare un vero e proprio pool di TikTokers a raccontare l’artigianalità del brand attraverso brevi video musicali.

Dolce&Gabbana sono da sempre la dimostrazione che il nuovo, nella moda come nella vita, è squisitamente una questione di immaginazione, benzina pura per una creatività in movimento che non mette paletti ma che prova a immaginare il futuro in maniera sempre diversa. Nel mezzo ci sono gli anni 2000, quelli che secondo il New Yorker sono stati definiti dalla sensibilità di Dolce&Gabbana allo stesso modo in cui i decenni precedenti erano stati caratterizzati da Armani prima e da Prada poi. Anni in cui si delinea il lifestyle del brand, forte di un universo frastagliato che spazia dall’abbigliamento per bambini a collezioni per la casa, dalle proposte di intimo alla lingerie, senza dimenticare accessori, borse, il beauty e l’alta gioielleria. Sono anni in cui le collezioni esplodono di capi iconici, resi preziosi da dettagli curati, materiali nobili, lavorazioni uniche che si insinuano sul loro carattere pop e lo rendono indimenticabile. Guêpière sulla camicia bianca con ganci a vista, tailleur gessati e abiti bustier neri; futuristici trench in pvc trasparente, tubini silver e tuxedo rivisitati. E ancora frange, coppole, gilet e stivali in pitone, il trionfo dell’animalier e di quell’attitude mediterranea e più specificatamente siciliana fatta di contrasti e di folklore riletto in maniera ironica.

Al netto dell’isola amatissima che, come se si trattasse di un’eredità famigliare, percorre tutte le creazioni di Dolce&Gabbana, c’è un altro elemento che ritorna come un mantra facendosi sempre più anima vitale di uno stile forte e avvolgente, ovvero la maestria artigiana che cuce insieme heritage e industria in un percorso emozionale che rende le creazioni vive testimonianze di un’arte antica dalla quale non si può prescindere. Una creatività vitale e sapiente che trova il suo approdo ideale nella nascita, nel 2012 e nel 2013, rispettivamente di Dolce&Gabbana Alta moda e Dolce&Gabbana Alta sartoria, due linee che facendo perno sul patrimonio umano e sentimentale del fatto a mano, raccontano la vera italianità e la sua infinita bellezza. In barba all’opinione corrente che inneggia alla fine della couture, l’opulenta sartorialità d’atelier prende vita in creazioni magnifiche, in cui i codici stessi del brand vengono amplificati e trovano la loro ragione d’essere, rispondendo a un’esigenza di valorizzazione del singolo con pezzi unici, veri e propri capolavori che conquistano la clientela di tutto il mondo e che sono protagonisti di show celebrativi nelle località più belle della penisola.

Un Made in Italy che non è un’etichetta ma un vero e proprio credo, da tutelare, da difendere, da esportare, da celebrare anche e soprattutto in un periodo di crisi come quello successivo all’emergenza sanitaria attuale che ha spinto Dolce&Gabbana a rientrare, dopo 22 anni, nella Cnmi-Camera nazionale della moda italiana programmando una sfilata per il prossimo 15 luglio nel corso della digital fashion week. «È il momento di fare squadra, hanno detto a MFF, di unire le forze dopo l’emergenza Coronavirus per difendere l’unicità dell’Italia. Mai come oggi c’è la necessità di fare sistema per difendere la nostra filiera e i nostri artigiani (…) bisogna sostenere il sistema moda italiano perché tutti quanti ce lo invidiano. Alla fine, noi italiani siamo i più bravi e siamo i migliori».

Un’italianità al centro anche del progetto digitale #Dgfattoincasa che, in periodo di lockdown, è nato con l’obiettivo di raccontare i valori, il Dna, le radici più profonde del Made in Italy attraverso contenuti video realizzati sull’account Instragram del brand che hanno coinvolto artigiani italiani e amici degli stilisti costruendo uno spaccato di un saper fare nato all’insegna di una bellezza e di un’autenticità squisitamente nazionali. E a un manifesto di italianità si sono legati con l'ultima iniziativa annunciata, ovvero una due giorni dedicata all'alta moda e all'alta sartoria a Firenze, in occasione di Pitti immagine uomo, prevista il 2 e 3 settembre per un ritorno alle origini e un inno all'artigianalità, ovvero a un nuovo Rinascimento. Teatro degli appuntamenti, come hanno anticipato a MFF gli stilisti saranno alcune delle location più iconiche della città che ospiteranno lo show maschile, la sera di mercoledì 2 settembre, e il défilé della donna, giovedì 3 settembre. «Ci sarà un focus specifico su tutta l’artigianalità fiorentina», hanno detto i creativi, «Insomma, tutti i mestieri d’arte, tutto quello che è fatto a mano e che rende forte, oltre che Firenze, il Made in Italy». Perché, come direbbe Madonna, «Italians do it better». (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 10/04/2026 12:00
Ultimo aggiornamento: 10/04/2026 12:09
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