CultureMeryll Rogge: «Nella mia Marni c’è lo spirito delle origini»
«Ho lavorato per preservare l’energia del brand», racconta a MFF-Magazine For Fashion 127 la designer, che ha debuttato a febbraio a Milano ed è protagonista di una cover story esclusiva con foto di Alma Libera. «Ma vorrei esplorare terreni che ancora non sono stati percorsi»
Una visione e grande determinazione. Sono queste le vibrazioni che si percepiscono incontrando Meryll Rogge. Le sue parole vanno dritte al punto, quando la si intervista a poche ore dal debutto della sua nuova Marni con una collezione che colpisce subito nel segno. Molto Marni ma con una proiezione decisa verso il futuro. «Si apre un terzo capitolo per il marchio», ribadisce la designer nata a Ghent, in Belgio, sorseggiando una tazza di tè e avvolta in un cardigan rosso acceso, quando la si incontra nello storico headquarter milanese del marchio. Per Rogge la moda è stata da subito una vocazione. Era ancora studentessa dell’Accademia reale di belle arti di Anversa quando ottenne uno stage da Marc Jacobs. Quel lavoro temporaneo si sarebbe trasformato in un’esperienza di sette anni nella Grande mela. Poi il ritorno «a casa», nell’ufficio stile di Dries Van Noten. Intorno al 2019 il lancio del marchio che porta il suo nome e che le ha permesso di vincere il Grand prix dell’Andam, nella cui giuria figura Renzo Rosso, fondatore del gruppo Only the brave e proprietario di Marni dal 2012, che l’ha scelta per disegnare il futuro della casa di moda.
Una liaison per certi versi predestinata, dal momento che, sin da adolescente, le creazioni di Consuelo Castiglioni (fondatrice e stilista del brand) colpirono la sua attenzione e contribuirono a indirizzare il percorso di Rogge nella moda. Arrivata a Milano, la prima tappa per la stilista è stata l’archivio, in un’immersione paziente tra capi, inviti, fotografie e materiali, pescati all’interno di vecchi pc, che raccontano la nascita del marchio negli anni 90. E da lì, una curiosa scoperta: le primissime collezioni erano costruite su una palette di colori neutri come il marrone, il bianco, il nero e il grigio. Nel 1995 comparse il primo fiore rosso, come un’apparizione. Un dettaglio che ritorna simbolicamente nel primo look della sua collezione, dove una cintura rossa rompe l’equilibrio di tonalità neutre. Da qui nasce la nuova collezione in equilibrio tra memoria e contemporaneità. I top in satin con grandi cuciture industriali, tra i primi pezzi disegnati, esprimono femminilità, rigore e una tensione sperimentale. Milano, con il suo senso innato di eleganza quotidiana, ha fatto il resto, spingendo la visione verso un guardaroba più curato e definito. «Ho lavorato per preservare lo spirito e l’energia di Marni», sottolinea la stilista a MFF-Magazine For Fashion, «ma vorrei esplorare terreni che ancora non sono stati percorsi». Parole di rispetto, arricchite da un’ambizione che non guasta.
Qual è il suo primo ricordo di Marni?
Non mi viene in mente esattamente il primissimo ricordo, ma ho bene impresso nella mente di essere andata in due negozi in Belgio che vendevano Marni. Uno a Bruxelles e l’altro sulla costa che si chiamava La vie en rose. Entrambi avevano le collezioni del brand. Allora ero molto giovane e guardavo con attenzione quei vestiti. Ero davvero interessata a quelle collezioni. Probabilmente l’avevo scoperto anche prima, ne ero consapevole già da tempo, ma non ricordo perfettamente quando avvenne il colpo di fulmine. Ricordo però soprattutto la sensazione di toccare e sentire quei capi.
Ha detto che Marni è stato molto importante per costruire la sua idea di moda quando era adolescente.
Sì, assolutamente. Sono cresciuta con Marni, quindi grazie a questo brand ho davvero plasmato la mia visione della moda e di come una donna o un uomo dovrebbero o vorrebbero vestirsi.
È vero che con il suo primo stipendio è andata nel negozio Marni di New York a farsi un regalo?
Erano delle scarpe, è una storia verissima. Erano costosissime e ho speso l’intero stipendio. Ricordo ancora quella cifra.
Quindi poi ha passato un mese senza comprare niente?
In America vieni pagato ogni due settimane! Quindi ricevi due stipendi al mese. Uno è andato via così… e poi l’altro, insomma.
Che cosa ha pensato quando il patron di Otb, Renzo Rosso, l’ha chiamata dicendo «ti voglio»?
Beh, ci è voluto un po’ più di tempo di così, ma è stato davvero un sogno che si avverava. Non potrei essere più felice con questa maison. È davvero quello che sento, non avrei potuto desiderare di meglio. Per me è stata l’opportunità perfetta e all’inizio ero molto emozionata di lavorare sulla visione del brand.
È arrivata a Milano e ha iniziato a lavorare negli archivi della casa di moda. Che cosa vi ha trovato?
Abbiamo trovato ovviamente i capi fisici, ma anche l’archivio sui computer, gli inviti, i materiali cartacei e tutto il resto. Abbiamo lavorato con il team per scoprire cose che non avevamo o che non si trovano online. Le primissime collezioni di Marni, che in realtà non si recuperano facilmente, le abbiamo viste in foto e abbiamo scoperto che la palette era marrone, bianco, nero e grigio. Quella è stata la base. Per questo, il primo look della sfilata è molto neutro. Il primo colore, che appare nel 1995, è una piccola stampa floreale rossa. Così, la cintura del primo look è rossa e il resto è molto neutro.
Ha disegnato una collezione molto femminile e vicina al codice della fondatrice Consuelo Castiglioni. La ispira più lei o Francesco Risso (secondo designer del marchio, ndr)? O ha unito questi due mondi?
Sono due stilisti che veicolano energie diverse. Consuelo ha portato un’eleganza audace, mentre Francesco uno spirito più giovane e un’attenzione maggiore al menswear. Mi piace poter attingere a entrambe queste fonti di ispirazione. Tutti e due hanno fatto un grande lavoro. Ora è qualcosa di nuovo.
Lei rappresenta un terzo capitolo.
Un terzo capitolo, sì. Mi emoziona molto l’idea.
Una certa gioia nel vestirsi fa parte del codice del brand. È qualcosa che le appartiene?
Sì, è per questo che ho sempre voluto lavorare per maison verso cui sentivo già una passione. Puoi davvero connetterti e disegnare da un luogo molto personale. Non stai forzando la creatività, viene naturalmente. È un processo molto bello.
Qual è la differenza tra disegnare per il suo brand omonimo ed essere direttrice creativa di un marchio come Marni?
Per me parte della gioia del mio lavoro è lavorare con altre persone, fare squadra. È sempre un processo collaborativo. Mi piace che le persone si assumano responsabilità e abbiano una voce in capitolo. Abbiamo passato molto tempo a conoscerci e a parlare. È stato meraviglioso.
In questa sua prima collezione ha lavorato più per sottrazione o per accumulo?
Direi più nel mantenere lo spirito e l’energia originaria di Marni. Certo, abbiamo ripreso alcune stampe e modelli, ma si trattava soprattutto di capire cosa significhi oggi essere una persona Marni.
Chi è la persona Marni oggi?
È qualcuno che vuole vestirsi in modo molto personale, interessato alla cultura e alle arti, con un forte senso di individualità e uno stile innato.
Qual è stato il primo pezzo che ha disegnato?
Direi i top in satin con le macro cuciture industriali. È stato il momento in cui abbiamo percepito che questa fosse la direzione.
Quale pezzo invece la rappresenta di più?
Ancora una volta i top in satin, ma anche la gonna in vinile con apertura fronte-retro. Sono quelli che mi hanno entusiasmato di più.
Quanto Milano sta influenzando la sua visione?
Moltissimo. In Belgio o nel Nord Europa le persone sono più casual. A Milano ho scoperto che la gente si veste davvero bene ogni giorno. C’è un senso innato di eleganza in questa città. Per questo motivo la collezione è un po’ più «proper», più curata.
Anche i gioielli, in questa collezione, parlano del Dna di Marni.
Non potevamo non riprendere le collane a foglia, così iconiche. Le abbiamo rifatte in metallo, argento e oro, e anche dipinte a mano. Inoltre, ho visto una signora di circa 90 anni che indossava un paio di bellissimi orecchini di perle, molto grandi: li abbiamo reinterpretati con una montatura forte, come una mezza sfera.
Anche tra le borse ci sono alcune icone rivisitate.
Sì, abbiamo ripreso la Trunk bag. È già bellissima, ma volevamo renderla più leggera e contemporanea. Non vedo l’ora di portarla in giro. Cercherò di rubarne una!
Ha scelto il duo Formafantasma per l’allestimento dello show. Che cosa le è piaciuto del loro lavoro?
Abbiamo collaborato molto bene, ci siamo confrontati su dove volessimo andare e cosa volessimo fare. L’idea era di radicare la collezione nella vita quotidiana, creando spazi familiari ma leggermente astratti, in equilibrio tra casa, galleria e ufficio. E sugli specchi abbiamo voluto oggetti quotidiani dipinti a mano.
Lei ha iniziato da Marc Jacobs. Cosa porta con sé di quegli anni?
Tantissimo. Ho iniziato con lui a New York a 23 anni e sono rimasta sei-sette anni. Ho imparato tanto su tessuti, fitting, visione della moda. Era un team piccolo, ho visto tutto da vicino.
Vi sentite ancora?
Non personalmente, non ci chiamiamo ma è di grande supporto sui social. Spesso commenta quello che posto, mette like alle mie storie.
E del periodo da Dries Van Noten?
Ho lavorato a lungo con lui su diversi progetti e con il suo team. Anche loro mi hanno mandato messaggi molto belli e di supporto.
In che modo riesce a conciliare questo nuovo ruolo con la gestione del suo brand?
Il team in Belgio sta facendo un lavoro incredibile. E poi c’è anche BB Wallace, il mio marchio di maglieria. Cerchiamo di combinare tutto al meglio, questo è possibile avendo le persone giuste.
Lei è belga come molti suoi colleghi stilisti che stanno avendo un particolare successo. Un tempo c’erano gli Antwerp six, oggi c’è una new wave che si è formata sempre ad Anversa. Che cosa ne pensa di questo fenomeno?
È pazzesco. La cosa che abbiamo in comune è che siamo tutti grandi lavoratori. Abbiamo ottime scuole, non solo di moda ma anche di architettura e design. Il Belgio è un melting pot culturale in cui converge un po’ di Francia, Olanda e Regno Unito. Questo piccolo Paese è circondato da altre nazioni che travolgono la sua cultura in maniera positiva e penso che tutto abbia un ruolo in questo scenario.
Qual è il suo sogno per Marni?
Spingere la conversazione e la moda ancora più avanti, esplorare ciò che non è stato ancora esplorato, continuare a evolvere nel design.
Com’è lavorare in un grande gruppo come Otb-Only the brave?
Il fattore chiave è che si tratta di un grande gruppo, ma è anche molto familiare. Sono davvero grata a Renzo (numero uno di Otb, ndr) e Stefano Rosso (ceo di Marni, ndr). Mettono la creatività al primo posto, una cosa rara oggi. E hanno avuto il coraggio di scegliere una donna per questo ruolo. (riproduzione riservata)
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