CultureIn origine furono gli Antwerp six. L’onda belga che guida la moda
Forse non è proprio un caso che MoMu fashion museum di Anversa abbia scelto di dedicare fino al 17 gennaio 2027 una mostra agli Antwerp six, quei sei creativi che hanno rivoluzionato la moda con uno stile capace di mescolare un design fortemente identificativo a una grande portabilità. Dirk Bikkembergs, Ann Demeulemeester, Walter Van Beirendonck, Dries Van Noten, Dirk Van Saene e Marina Yee hanno fatto scuola e la loro eredità continua a vivere oggi più mai grazie ai marchi che ancora ne portano il nome ma anche attraverso una seconda ondata di creativi belgi che dominano letteralmente le passerelle.
Tre nomi valgono su tutti: Raf Simons, Matthieu Blazy e Pieter Mulier. Simons, classe 1968, ha fondato il suo marchio nel 1995, che diventa rapidamente culto. Silhouette allungate, tailoring rigoroso, riferimenti alla cultura underground. Ogni collezione è un piccolo manifesto, ogni capo un’idea. La consacrazione nel sistema arriva con Jil Sander, dove porta un minimalismo emotivo che rilegge l’heritage della maison in chiave moderna. Poi Dior, dove intreccia rigore e poesia in ogni sfilata, e Calvin Klein, dove trasforma l’America suburbana in palcoscenico di arte contemporanea. Il suo percorso lo conduce infine a Prada, con Miuccia Prada, in co-direzione creativa, segno di un cambiamento di paradigma. Non più solo lo stilista al comando, ma la sintesi di due menti affini. Simons si prepara ad accogliere a Milano, nella corte del gruppo Prada, un altro grande talento fiammingo, Pieter Mulier. Per oltre quindici anni è stato il braccio destro più silenzioso e più determinante della moda. Con Simons ha attraversato Jil Sander, Dior e Calvin Klein. Da Alaïa ha fatto un’operazione chirurgica, restituire il rigore scultoreo del fondatore senza musealizzarlo. E ora lo attende la grande sfida da Versace.
Se Mulier è l’architetto, Matthieu Blazy è il narratore. Anche lui cresciuto nel perimetro Simons, ha imparato che la moda è prima di tutto costruzione culturale. Dopo le esperienze con il maestro, ha attraversato Maison Margiela e Bottega Veneta, dove ha portato l’artigianato a un livello quasi concettuale. Oggi è alla guida di Chanel, dove ha debuttato in passerella lo scorso settembre con successi di vendite che si stanno raccogliendo oggi sul mercato. Al magico trio però vanno aggiunti altri nomi. Glenn Martens, che ha riportato ai vertici della coolness Diesel, e oggi guida anche Maison Margiela. Anthony Vaccarello, oggi allo stile di Saint Laurent, e anche il nuovo direttore creativo di Dries Van Noten, Julian Klausner, altra mente cresciuta nell’ecosistema belga. E, ultima ma non ultima, Meryll Rogge, che ha felicemente debuttato da Marni lo scorso febbraio. Il Belgio non produce quantità, ma qualità sistemica. Pochi nomi, altissima densità culturale. È un’estetica che rifugge l’ornamento fine a se stesso e lavora sul concetto prima ancora che sulla silhouette. (riproduzione riservata)
- Genera un report sugli sviluppi e le innovazioni nel settore della moda, con un focus sui designer emergenti.
- Quali sono le principali sfide e opportunità che i brand di lusso, come quelli guidati dai designer menzionati, affrontano nel mercato attuale?
- Cosa si intende per "qualità sistemica" nel contesto dell'industria della moda belga?