BusinessIn Europa 5,8 milioni di tonnellate di rifiuti tessili. La road map della Ue
Ogni cittadino comunitario getta in un anno 11 chili di scarti, ed entro il 2030, il consumo di capi di abbigliamento e calzature dovrebbe aumentare del 63%. «I prodotti presenti sul mercato dovranno essere durevoli e riciclabili», recita una risoluzione del Parlamento europeo
Sono 5,8 milioni le tonnellate di rifiuti tessili che l’Europa produce in un anno, circa 11 kg a persona.
Sovrapproduzione e cambio nelle abitudini di consumo, hanno infatti influito in maniera significativa sullo sviluppo del fenomeno. Tra il 2000 e il 2015, secondo un report della Commissione europea, la produzione di abbigliamento è raddoppiata, mentre l'utilizzo è diminuito del 36%, con gli abiti che vengono in media indossati solo sette o otto volte prima di essere smaltiti dai consumatori. E entro il 2030, il consumo di capi di abbigliamento e calzature, sempre secondo lo studio, dovrebbe aumentare del 63%, passando dagli attuali 62 milioni di tonnellate a 102 milioni di tonnellate. Numeri che rendono il consumo di tessili in Europa, il quarto in termini di impatto sull’ambiente e sul cambiamento climatico, appena dopo il settore alimentare, quello abitativo e quello relativo alla mobilità.
Alla luce di questo, nell'ambito del piano d'azione per l'economia circolare nel marzo 2022, anno in cui l’Ue ha esportato 1,4 milioni di tonnellate di tessuti usati più del doppio rispetto al 2000, la Commissione europea ha presentato una nuova strategia per rendere i tessuti più durevoli, riparabili, riutilizzabili, e riciclabili. «Entro il 2030, i prodotti tessili presenti sul mercato dell'Ue dovranno essere durevoli e riciclabili. Il fast fashion per allora dovrebbe esser fuori moda», recita una risoluzione del Parlamento europeo del 1° giugno 2023 sulla strategia dell'Ue per prodotti tessili sostenibili e circolari (2022/2171(INI)) (vedere MFF del 7 giugno). Normativa che propone anche l’obbligo di un passaporto digitale per i prodotti, che ne indichi la composizione in modo da agevolarne il riciclo, la riparazione e il tracciamento delle sostanze pericolose al loro interno. Indipendente da questo, alcuni Paesi hanno già lanciato iniziative a sostegno dell’economia circolare, come il «Bonus reparation» che, in vigore dal prossimo ottobre, consentirà di ottenere dai 6 ai 25 euro ogni volta che si sceglie di far rammendare un proprio indumento in una sartoria o calzoleria che aderisce al programma.
Una normativa, quella promossa dalla Commissione europea, che aiuterà a ridimensionare il problema della gestione dei rifiuti tessili, che per gran parte, circa l’87%, vengono inceneriti o portati in discarica. E se il mercato di Kantamanto in Ghana, accoglie circa 15 milioni di vecchi capi di abbigliamento a settimana, secondo le statistiche doganali cilene, nel 2022 nel deserto di Atacama sono arrivate circa 44 milioni di tonnellate di rifiuti tessili che hanno trasformato l’aria in una discarica del fast fashion a cielo aperto.
Dei quasi 6 milioni di tonnellate di scarti prodotti in Europa, 40 milioni di chili tra abbigliamento, calzature e accessori secondhand finiscono annualmente nelle mani di Moda Re, cooperativa promossa dalla Caritas spagnola che si dedica alla gestione del ciclo completo degli indumenti usati, a partire dalla raccolta, alla preparazione al riutilizzo, fino ad arrivare alla donazione e alla vendita. Fondato nel 2018 e presieduto da Albert Alberich, il progetto è in parte finanziato da Inditex, il gruppo spagnolo di fast fashion da 1,2 miliardi di euro di l’utile netto a trimestre (vedere MFF del 8 giugno). Il colosso, casa madre di Zara, Bershka e Pull & bear, ha rinnovato fino al 2025 la partnership avviata nel 2007 con l’associazione, destinando 3,5 milioni di euro al supporto del progetto di smaltimento. Fondi che verranno utilizzati per rafforzare la fase di raccolta, già attiva con 7000 container nel territorio spagnolo, e i relativi sistemi di tracciabilità oltre a sostenere l’innovazione degli impianti di lavorazione di Bilbao, Barcellona e Valencia, dove vengono estratte e lavorate le fibre.
Un modo, quello del gruppo di Amancio Ortega, per cercare di far fronte al problema dell’importante aumento di rifiuti tessili registrato negli ultimi anni, fenomeno direttamente collegato al modello di consumo che lo stesso gruppo spagnolo ha contribuito a diffondere. (riproduzione riservata)