CultureIl diavolo veste Prada 2, l’Italian factor, dai look sul set alle location a Milano
La pellicola più attesa dal fashion system fa l’en-plein di stilisti tricolori. Dai 47 outfit di Anne Hathaway ai 28 per Meryl Streep, dominano Armani, Dolce&Gabbana, Valentino, Fendi, Zegna e Cucinelli. Tra le location, oltra all’Accademia di Brera con Lady Gaga, entrano Palazzo Parigi, villa Arconati, il Cenacolo e Santa Maria delle grazie
Se in autunno a Milano era scattata la caccia a partecipare come comparse, mentre i protagonisti da Meryl Streep ad Anne Hathaway invadevano le sfilate di Dolce&Gabbana e, sorpresa del film, la presentazione di Brunello Cucinelli, ora è il momento della verità. Ecco il who’s who dei look che compaiono nel sequel del fenomeno del 2006, con tanto di location italiane a cominciare da Milano, che fa la parte del leone. Dietro le quinte del nuovo capitolo di The devil wears Prada, la scelta dei costumi passa a Molly Rogers, già partner creativa di Patricia Field e oggi chiamata a rimettere in scena l’alfabeto visivo della moda contemporanea. L’obiettivo è chiaro: «Non inseguire il trend, ma costruire un guardaroba che possa resistere al tempo», racconta la costumista.

Il punto di partenza è Andy Sachs, interpretata da Anne Hathaway, che torna con un’estetica profondamente evoluta. Rogers la immagina come una giornalista globetrotter, capace di mescolare vintage e pezzi contemporanei, con una grammatica precisa: «Menswear in chiave femminile». Gilet, blazer morbidi, pantaloni a vita alta costruiscono una silhouette che oscilla tra Annie Hall e Katharine Hepburn, mentre il guardaroba diventa un archivio vivo di esperienze e viaggi. Nel film, il personaggio conta i 47 cambi d’abito, tra cui un completo Armani Privé per una scena a Milano e un guardaroba che attraversa brand come Dolce&Gabbana, Loewe, Valentino, Chanel e Saint Laurent.
Accanto a lei, Meryl Streep riprende il ruolo di Miranda Priestly trasformando la propria iconografia in una vera uniforme del potere per 28 cambi d’abito. La silhouette è essenziale ispirata a figure come Karl Lagerfeld. Giacche strutturate, gonne a tubino e dettagli calibrati costruiscono una presenza che non ha bisogno di aggiornarsi. Anche qui il dettaglio diventa racconto: un paio di orecchini acquistati in una farmacia americana finiscono per diventare elemento chiave di una scena, simbolo di quel contrasto tra alto e basso che definisce l’intero film.

Per Emily Charlton, interpretata da Emily Blunt, con circa 20 cambi, il guardaroba diventa il terreno più sperimentale. Rogers la veste come un laboratorio di styling estremo: Dior, Jean Paul Gaultier, corsetti, mantelli e silhouette audaci costruiscono un personaggio che vive di eccesso controllato. È il look a raccontare la sua ambizione. Nigel Kipling, interpretato da Stanley Tucci, mantiene invece una coerenza sartoriale più classica, tra Savile row, Zegna e Dolce&Gabbana, mentre gli assistenti e i personaggi secondari ampliano il mosaico estetico con riferimenti che vanno dall’archivio couture ai mercati vintage newyorkesi, in un continuo dialogo tra passato e presente.
Ma è sul fronte delle location che il film dichiara apertamente il proprio Italian factor. Milano diventa il centro gravitazionale del racconto: la sfilata di Runway prende vita all’Accademia di Brera, scelta per ragioni di riservatezza e trasformata in una passerella costruita in pochi giorni da una troupe locale. Il Cenacolo Vinciano viene ricreato in teatro di posa per esigenze di conservazione, mentre Palazzo Parigi, Villa Arconati e il cortile di Santa Maria delle Grazie entrano nel racconto come tasselli di una città che si fa set diffuso.

Accanto a Milano, il film si espande verso altre architetture italiane, tra cui Villa Balbiano sul Lago di Como e una serie di residenze e spazi storici che trasformano l’Italia in un sistema scenografico complesso, più che in una semplice ambientazione. Il risultato è un sequel che non si limita a riprendere un immaginario, ma lo ricalibra su una nuova geografia del lusso. New York resta il luogo del potere editoriale, ma è Milano a diventare il punto in cui la moda si fa cultura, industria e narrazione. (riproduzione riservata)