BeautyHarold James: «L’armonia nasce dal dialogo tra moda e make-up»
«I due campi non devono mai essere in competizione», spiega a MFF-Magazine For Fashion il direttore artistico del maquillage di L’Oréal Paris. Che ha lavorato con Angelina Jolie, Eva Green e Diane Kruger e ha sviluppato il trucco di Mugler. «Gli show di Thierry degli anni 90 sono stati i più belli che si possano immaginare»
Il mondo della politica ha forse perso una voce di rilievo, ma quello della bellezza ha guadagnato un grande talento. Harold James ha studiato Scienze politiche prima di trovare la sua ispirazione nel make-up e farne il proprio mestiere. Oggi questo creativo, a cui le grandi star affidano il viso prima dei red carpet (da Angelina Jolie a Eva Green, passando per Diane Kruger, Kelly Rutherford, Leila Bekhti o ancora Liya Kebede), è il direttore artistico del make-up di L’Oréal Paris. Capace di raccontare il potere del trucco citando neuroscienze, cinema e letteratura.
L’Oréal Paris è una maison globale, un simbolo di bellezza universale. Che cosa rappresenta per lei lavorare per un brand così internazionale?
È proprio questo l’aspetto che amo di più, parlare a tutte le donne. Donne diverse per cultura, personalità, storie, volti. Il grande défilé che il brand organizza ogni anno all’aperto a Parigi, in ottobre, nell’ambito della fashion week (di cui James ha firmato tutti i look dell’ultima edizione, ndr), ne è l’esempio. Un manifesto visivo, un luogo in cui ogni donna può riconoscersi in una delle figure che sfilano.
L’Oréal ha sempre sostenuto valori forti. In che modo il make-up può farsi portavoce di questi contenuti?
Il trucco è un linguaggio, non è mai solo estetica. È identità, appartenenza, presa di posizione. Attraverso il maquillage si può dire «io sono questa», oppure «oggi scelgo di essere così». È una forma di espressione potentissima.
Come ha avuto origine la sua passione per il make-up? Il suo percorso è tutt’altro che convenzionale.
In effetti… (ride) Ho studiato economia e finanza (nella prestigiosa e molto selettiva università Sciences po, ndr). Un giorno, un amico truccatore mi ha chiesto di occuparmi di una sua cliente perché doveva assentarsi. Lui voleva semplicemente che le restassi vicino, magari offrendole un caffé, ma c’è stato un fraintendimento… La giovane donna mi ha chiesto di farle uno smokey-eyes e io non sapevo nemmeno cosa fosse. Lei ha aperto un magazine e mi ha mostrato un esempio… E alla fine mi ha ringraziato perché era rimasta molto contenta del risultato. In quel momento di panico e improvvisazione, è accaduto qualcosa di inspiegabile. Quando ho capito che i miei gesti di truccatore avevano emozionato l’altra persona, ho sentito che quello era il mio posto.
Da lì è iniziato un nuovo percorso. Ha lasciato subito la Francia?
Il mio amico mi ha messo in contatto con dei truccatori di New York. Ho risparmiato per mesi per poter partire. Ma là ho compreso la potenza del make-up: con pochi gesti si può passare da uno stato emotivo a un altro. Un eyeliner, un mascara, e l’umore cambia. È trasformazione pura.
Oggi anche le neuroscienze confermano questo potere del trucco, e più in generale dei cosmetici, di cambiare positivamente il nostro umore…
Assolutamente. Studi recenti dimostrano che il tempo dedicato a truccarsi, quei cinque minuti davanti allo specchio, è un momento di riappropriazione di sé. Ridisegniamo il nostro volto così come vogliamo apparire al mondo. Non è vanità, è controllo. È comunicazione.
Un gesto quotidiano che diventa quasi una forma di resistenza?
Esattamente. Anche nei giorni difficili, quando siamo tutti alle prese con le incombenze del quotidiano, scegliere il colore di un rossetto o decidere di mettere il mascara è un atto di libertà. Equivale a dire «oggi decido io». Cominciare la giornata così significa molto.
Lei lavora con celebrità di fama mondiale. Qual è il suo segreto per conquistarne la fiducia?
Avere le tecniche giuste è la base per conquistare la fiducia delle celeb. Ma ciò che conta davvero è creare uno spazio sicuro. Non imporre mai una visione, ma dialogare, ascoltare. Una donna deve sentirsi forte, non travestita dietro un’immagine che non le corrisponde.
Tra Europa e Stati Uniti esistono grandi differenze nel modo di indossare e percepire il make-up?
Negli Stati Uniti le donne si truccano molto. Il make-up è performance, struttura, audacia. Deve vedersi. E seguono molto i trend, per mostrare che sono al corrente delle ultime mode. In Europa, invece, anche quando è intenso, il trucco conserva un’imperfezione narrativa. C’è una storia dietro. Forse per l’influenza culturale del nostro cinema. Amiamo la verità, l’emozione, la dimensione timeless. E l’importante è essere se stessi.
A proposito di tendenze, lei segue quelle che appaiono sui social?
Confesso che le seguo con interesse. I social sono una fonte straordinaria di creatività spontanea. Dobbiamo osservare quello che i giovani hanno voglia di fare. Ma quando sono alla ricerca di un’ispirazione profonda torno sempre alle mostre, all’architettura e soprattutto al cinema.
Quali sono i suoi film del cuore?
Amo molto Pasolini, il cinema anni 70, dove trovo una bellezza che non invecchia. La pelle vellutata, le mezze tinte… Ma anche se il cinema è la mia passione, non ho molto tempo per andarci. Cerco di recuperare durante i voli in aereo (ride).
Ha lavorato al make-up di Mugler. Che tipo di donna ha immaginato?
Audace, singolare, libera. È haute couture incarnata. Il make-up, in questo caso, deve permettere a chi lo indossa di portare con sé un frammento dello spettacolo. Gli show di Mugler degli anni 90 sono stati i più belli che si possano immaginare.
Pensa che il maquillage debba dialogare con la moda?
Sempre. Il make-up non deve mai porsi in una posizione di competizione verso la moda. L’armonia nasce quando tutto funziona insieme. Ad esempio, realizzare un trucco coloratissimo quando l’abito è già pieno di colori non funziona… Ma è una questione di scelta.
Quindi, in definitiva, che cos’è per lei un trucco riuscito?
Che sia per una sfilata, la vita di tutti i giorni o un red carpet, il miglior maquillage è quello che si dimentica. Che sia naturale o estremamente audace, se permette a una persona semplicemente di essere se stessa, allora è un successo.
Quali sono i creativi che la ispirano?
Yves Saint Laurent, per il suo uso visionario del colore e il mix delle culture. Phoebe Philo, una fonte inesauribile di idee. Il fotografo Tyler Mitchell, per la purezza delle sue immagini. E poi l’artista Elisabeth Peyton, che parte da un colore e lo sviluppa affinché possa espandersi. Oppure, utilizza un intero scenario, come Balzac o i romanzieri, e a partire da questo crea una storia. È quello che faccio anche io nel trucco. (riproduzione riservata)
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