CultureEnnio Capasa: «La moda è come una radio sintonizzata sul presente»
«Mi ha emozionato vedere l’energia delle nuove generazioni», dice a MFF-Magazine For Fashion 127 il designer ex Costume national, che nel 2022 è tornato con il marchio Capasa Milano, di cui lancia ora le shoes. Un next step nel segno del mix tra tradizione e innovazione. «Volevo tornare a guardare la scarpa come oggetto a 360 gradi, artigianale ma con tacchi estremi e forme decise»
«Abbiamo lavorato con Nicole Kidman, i Rolling stones, Brad Pitt», ricorda Ennio Capasa durante una mattinata milanese di fashion week. Ma nelle sue parole non c’è nostalgia. Piuttosto, l’entusiasmo di chi ricomincia con la maturità di sapere bene cosa vuole. Dopo il comeback nel 2022 con una nuova avventura stilistica, Capasa amplia ora il raggio d’azione del suo brand Capasa Milano, ripartendo da uno dei territori che più lo hanno reso riconoscibile: le scarpe. «È un progetto che nasce dal cuore», racconta il designer a MFF-Magazine For Fashion, «e dalla consapevolezza che sul mercato ci sono tante calzature fatte bene, ma poche capaci di emozionare. Nello studio delle forme abbiamo deciso di non utilizzare l’Ai, perché solo la manualità rende un prodotto diverso dagli altri. Ad esempio, abbiamo suole dipinte a mano e un tacco disegnato al contrario». È un approccio figlio dell’epopea di Costume national, il marchio fondato assieme al fratello Carlo nel 1986 e ceduto nel 2016 al fondo nipponico Sequedge. «Costume vendeva fino a 90 mila paia a stagione. Era una scarpa che ha cambiato il modo di pensare tacchi, strutture e pelli». Tra le due epoche corre un filo sottile, fatto di pelle viva e memoria. Se negli anni 90 le scarpe di Capasa erano ovunque, appuntite come dichiarazioni di indipendenza, essenziali ma radicali, oggi il creativo riparte da lì. Da quell’oggetto che più di ogni altro ha segnato la sua grammatica stilistica. Minimal, chic e rock’n’roll.
Ha scelto di ripartire dalle scarpe. Perché proprio da qui?
Nella mia esperienza, le scarpe restano uno degli ambiti che mi appassionano di più. E anche una delle cose che mi hanno dato più notorietà in passato. Negli anni 90 vendevamo tantissimo: era una scarpa di grande innovazione. Siamo stati tra i primi a lavorare il taglio vivo, quando era considerato impossibile. All’inizio mancavano le colle giuste, era una sperimentazione forte. Ma ci ha dato grande riconoscibilità.
Che cosa resta oggi di quella stagione?
La forza, allora, era unire artigianalità e design. Un ibrido di innovazione e tradizione che caratterizza anche questo nuovo capitolo di Capasa Milano. Volevo tornare a guardare la scarpa come oggetto a 360 gradi: artigianale, ma con tacchi estremi e forme decise.
Chi ha realizzato la collezione?
Il produttore è Peron shoes, un’eccellenza veneta con 50 anni di storia vicino alla mia vecchia fabbrica, mentre la distribuzione è stata affidata a Spazio Coltri. Non ho ripreso modelli di Costume, ma sono riaffiorate delle memorie. Ho chiesto talloni diversi, inclinazioni particolari. Alcuni dettagli non riuscivano nemmeno a farli al Cad: ho dovuto limare a mano ed è stato bellissimo.
In un’industria sempre più standardizzata è una scelta controcorrente.
Oggi il marketing impone forme senza rischi. Qui invece siamo tornati ai chiodini in metallo. La scarpa deve emozionare, non solo essere perfetta o riconoscibile per un logo.
Quando ha iniziato a lavorarci?
Il 10 ottobre del 2025, me lo ricordo bene. È stato tutto molto veloce, quasi impulsivo. Volevo partire dalle scarpe perché sono un oggetto potentissimo.
Su quanti modelli avete lavorato?
Sono 26 stock keeping units. Ho fatto una punta a 50 mm invece degli 80 o 100 abituali. Poi una scarpa di derivazione maschile, completamente sfoderata in culatta di cavallo, un materiale usato per le selle americane, resistente e molto raro. Abbiamo cercato pelli che non si usano più, come il bufalino, con una grana e una porosità straordinarie. Ho lavorato anche molto con le cere: sono materiali che più invecchiano, più diventano belli. È una ricerca che unisce artigianato e tradizione italiana, che non deve sparire ma essere ravvivata in chiave futura.
Oltre alle scarpe, che cosa bolle in pentola?
Al momento sto lavorando assieme a uno scienziato a una skincare avanzata, per espandere il marchio nel settore della bellezza. Se tutto va per il meglio, il progetto potrebbe vedere la luce nel 2027. Poi mi piacerebbe fare capsule di maglieria e anche un tailoring moderno. Le proposte sartoriali che vedo oggi in giro le trovo troppo fashion oppure troppo classiche. Mi piacerebbe un progetto con poche forme, unisex e maschili. Anche perché non trovo più tipologie di suit che mi rappresentino.
Negli anni 90 le sue scarpe erano ovunque, addosso alle celebrities e alle persone normali. C’è un’eredità emotiva che si porta dietro?
Certamente. Abbiamo lavorato con attori e musicisti di ogni tipo, da Nicole Kidman ai Rolling stones, fino a Brad Pitt. Costume national vendeva fino a 90 mila paia a stagione. Era una scarpa che ha cambiato il modo di pensare tacchi, strutture e pelli.
E invece oggi?
Oggi questo è un progetto che nasce da zero. Ma mi ha molto emozionato vedere l’energia delle nuove generazioni. Dopo la sfilata del 2022 (la prima del brand Capasa Milano, ndr) ci hanno contattato tantissimi artisti. I Måneskin, per esempio, hanno fatto una tournée a Tokyo dove indossavano i nostri capi. Questo, per me, è il segno più forte che si è ancora collegati al tempo in cui si vive. La moda funziona solo così: come una radio sintonizzata sul presente. (riproduzione riservata)
- Genera un report programmato sugli sviluppi del settore della moda e del design in Italia.
- Cosa si intende per "taglio vivo" nella lavorazione delle pelli e quali sfide comporta?
- Mostra articoli simili che trattano il connubio tra artigianalità e innovazione nel settore del lusso.