BusinessLa sfida green di Dolce&Gabbana
«Nel 2024 pubblicheremo il primo bilancio sostenibile», spiega a MFF il ceo Alfonso Dolce. Che per il gruppo da 1,26 miliardi delinea un piano con obiettivi misurabili fino al 2025, dal 100% di elettricità da fonti rinnovabili al consorzio Re.crea con Cnmi
«Scrivere un nuovo capitolo di Dolce&Gabbana, con l’obiettivo di pubblicare il primo bilancio di sostenibilità nel 2024 a valere sull’esercizio 2023». Parola di Alfonso Dolce, ceo della maison, che lavora a un futuro dalle radici solide. «Siamo cresciuti nell’artigianalità. Da sempre il rispetto per i lavoratori e la passione per la manualità e la bellezza italiana sono parte del nostro Dna. Si tratta di essere attori attivi di un cambiamento più vasto». Un impegno sostenibile che non comprende solo l’ambiente, ma anche l’impatto sociale, il rispetto e la tutela dei distretti produttivi, culturali e territoriali, la formazione delle 5 mila persone che lavorano per la maison. Un impegno strutturato per una società di peso, con l’ultimo fatturato 1,26 miliardi e un ebitda adjusted di 181 milioni (14,4%) e un export del 78%. E da poco più di un mese, un altro segnale green è arrivato con l’ingresso nel consorzio Re.crea sotto il coordinamento della Cnmi-Camera nazionale della moda italiana, assieme ai gruppi Max Mara, Moncler, Otb, Prada, Ermenegildo Zegna. Un ulteriore passo in avanti per il gruppo fondato 37 anni fa, partendo da Legnano, dagli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana, e guidato dall’amministratore delegato Alfonso Dolce, fratello di Domenico che tiene le fila di questo nuovo progetto. Che arriva peraltro in un momento in cui Dolce&Gabbana entra in Altagamma (l’ufficializzazione arriverà stamattina, ndr), con il manager nel ruolo di consigliere. Il piano di sostenibilità spingerà la società verso obiettivi come la riduzione del 50% di plastica vergine sugli imballaggi monouso, l’utilizzo di oltre il 25% di materie prime chiave con minore impatto sull’ambiente e il completamento della formazione del 100% dei dipendenti sulla sostenibilità. «È un percorso avviato internamente circa 18 mesi fa e che ora assume una struttura con i partner che ci accompagneranno. Come Accenture, che ha avuto il compito di mappare le attività del gruppo tracciando gli impegni con se stessi e i collaboratori. È importante che tutti credano nel lavoro da fare, che ci sia il coinvolgimento di tutta la popolazione aziendale».
Vi siete dati un piano di sostenibilità con impegni precisi fino al 2025. Può sintetizzarci le tappe principali?
Le tappe sono serrate. Si partirà il prossimo anno con il coinvolgimento dei fornitori sui temi della sostenibilità. In contemporanea, la volontà è di raggiungere il 100% di elettricità alimentata da fonti rinnovabili in Ue, per arrivare nel 2025 a coprire le attività del gruppo a livello globale. Infine coinvolgere e formare il 100% del management sul progetto di sostenibilità. Un passaggio chiave del percorso avverrà a marzo 2024 con la pubblicazione del primo Rapporto integrato che unirà sostenibilità e dati finanziari (il gruppo approva i conti a marzo di ogni anno, ndr).
Quali sono i passi più ambiziosi del piano?
Sono tutti obiettivi per i quali siamo già a buon punto. Dall’abbattimento dell’impronta carbonica alla transizione verso il 100% di energia elettrica rinnovabile, dal programma per il recupero degli scarti alla tutela tangibile del territorio fino a quello che mi piace chiamare uno spirito di rete con l’ecosistema industriale della moda. Il percorso di Dolce&Gabbana verso un’idea di sostenibilità misurabile e concreta passa dai principi guida del gruppo, bellezza, creatività, Made in Italy, umanità e passione. L’idea è rafforzare quello che è già innato. Si tratterà di omologare modelli e processi, acquistare materiali a basso impatto e quindi più costosi. Un onere che non vorremmo ribaltare sul consumatore. Anche per questo dobbiamo sostenere la filiera.
Da quali basi partite per questa sfida? Accenture vi aiuterà a redigere il vostro primo bilancio di sostenibilità?
Il risultato dell’auditing di Accenture è stata una piacevole sorpresa, il nostro livello è già molto elevato, abbiamo una buona base di partenza. Probabilmente ci aiuteranno anche a redigere i bilanci di sostenibilità, a partire dal primo. Chiudiamo l’esercizio al 31 marzo, così probabilmente partiremo dal 2024 sul bilancio per il 2023.
Quanto conta la sensibilizzazione del vostro personale, dai manager agli artigiani?
Creeremo un hub di scambio culturale tra la comunità di Dolce&Gabbana, beneficeremo degli incontri tra docenti, studenti e collaboratori. Con l’università Ca’ Foscari usciamo dall’ambiente strettamente italiano e guardiamo al mondo perché la sostenibilità è un tema globale. Non si può agire da soli. Voglio ricordare che c’è una grossa parte di dipendenti, circa 2.200, che lavora per noi all’estero. Con Humanitas university e con il Politecnico di Milano sosteniamo alcune borse di studio e di ricerca. Anche con un’attenzione ai giovani che è la cifra del gruppo che al suo interno vede dal 2012 il progetto Botteghe di mestiere, dove i maestri della griffe insegnano a cucire, ricamare, stirare e la modelleria. Circa il 70-75% di quei giovani tra i 20 e i 25 anni è stato assorbito in azienda.
Il piano che state diffondendo è molto dettagliato, con obiettivi misurabili su base triennale. Ora si arriva al 2025.
Vorrei definirlo un impegno, con pratiche di business sostenibili in un’ottica industriale nel rispetto dei valori che contraddistinguono il gruppo. Un progetto che riconosce il peso della sostenibilità nella sua totalità, non solo nel processo di evoluzione del prodotto ma anche nel rapporto di collaborazione con fornitori, maestranze artigiane, innovatori e altri partner in un approccio inclusivo che vuole toccare tutto quanto ruota attorno a noi. Siamo una realtà che fattura 1,2 miliardi e che nel sistema del Made in Italy di moda e lusso ha un impatto forte sull’economia del Paese.
Come coinvolgerete la filiera?
La nostra filiera è fatta di oltre 200 realtà tra fornitori e artigiani solo nel comparto moda. Con il nuovo piano di sostenibilità siamo noi che dobbiamo assumerci la responsabilità anche dei nostri partner, in una comunione d’intenti. Il nostro piano non è individualistico ma si aggancia al sistema Italia. Il richiamo è anche all’iniziativa suggellata quest’anno tra sei società del lusso che hanno unito le forze per affrontare il tema dei prodotti del settore tessile e moda a fine vita e per promuovere la ricerca e lo sviluppo di soluzioni di riciclo innovative.
La vostra maison è tra i partner fondatori del consorzio Re.crea di Cnmi…
Quella di Dolce&Gabbana è una filiera corta, con minor dispersione e impatto ambientale inferiore. Nella direzione di una maggiore uniformità negli obiettivi va anche la decisione presa un anno fa di portare all’interno del gruppo il business della cosmetica, ovvero di gestire direttamente la produzione e la commercializzazione. Per questo motivo, il gruppo ha creato la Dolce&Gabbana beauty, in modo che anche questo business sia all’interno dello stesso progetto industriale.
Carlo Capasa di Cnmi dice che l’Italia è la Silicon valley d’Europa per la moda. E la sostenibilità è un punto di vantaggio di carattere strategico.
L’Italia ha vari punti di vantaggio rispetto ad altri Paesi. Gli stranieri, soprattutto i francesi, sono spesso venuti a produrre da noi. Abbiamo sviluppato un’industria d’eccellenza e oggi viviamo un vantaggio competitivo rispetto agli altri. Possiamo sfruttarlo nuovamente convertendo la nostra industria alla sostenibilità. È quasi un grande ritorno alla manifattura quello che stiamo facendo. (riproduzione riservata)