CultureDalla moda al design, tutte le tappe della carriera di Kris Van Assche
Tra il brand eponimo e la direzione creativa di Dior e Berluti, il designer belga ha contribuito a ridefinire i codici del menswear. Oggi la sua creatività prende nuove forme, come nel progetto dei vasi in bronzo realizzati con Galerie Laffanour e in scena al Fuorisalone

Quando si parla di menswear contemporaneo, sono pochi i designer che hanno inciso in modo così netto sul linguaggio e sull’immaginario come Kris Van Assche, in scena da domenica 19 alla Milano design week con il progetto Nectar vessels bronzes alla Fondazione Sozzani di via Tazzoli. Il suo percorso attraversa oltre vent’anni di moda, tra il brand eponimo e la direzione creativa di Dior e Berluti, contribuendo a ridefinire i codici dell’eleganza maschile.
La sua carriera prende forma nei primi anni 90, quando esce dalla Royal academy of fine arts di Anversa, e inizia a lavorare come primo assistente di Hedi Slimane per la linea Rive gauche homme di Yves Saint Laurent. Un apprendistato decisivo, che prosegue anche durante l’esperienza di Slimane da Dior homme e che segna profondamente il suo approccio al progetto: rigore, silhouette, disciplina. Nel 2005 nasce il suo brand, Krisvanassche, frutto di un’esigenza chiara: «Non lavoravo su una mia visione, ma sempre su quella di qualcun altro». Un’esperienza intesa come laboratorio creativo che dura circa dieci anni, fino a quando Van Assche decide di chiudere il brand indipendente con l’ultima collezione andata in scena, l’autunno inverno 2015/16. È qui che si definisce la sua estetica, radicata nella sartorialità ma attraversata da influenze legate alla youth culture, allo skate, alla musica.
Capitolo Dior: la costruzione di un nuovo tailoring
Dal 2007 al 2018, Van Assche guida Dior uomo, firmando uno dei cicli più coerenti e influenti della maison. Il suo lavoro si distingue per la capacità di fondere sartorialità classica e riferimenti contemporanei. Le sfilate segnano momenti chiave: l’autunno-inverno 2013/14, con silhouette affilate e quasi ascetiche; la spring-summer 2014, dove lo sportswear entra nel vocabolario sartoriale; fino agli ultimi anni, con un dialogo sempre più diretto con la cultura urbana, anche attraverso figure come A$AP Rocky, che nel 2016 è stato protagonista di una campagna per il brand. Il completo con pantaloni ampi diventa uno dei codici più riconoscibili del suo periodo: una rottura netta rispetto alla slim silhouette dominante in quegli anni, in continuità con la ricerca avviata da Raf Simons, ma resa più disciplinata e architettonica.

Berluti: materia e trasformazione
Nel 2018, Van Assche passa alla direzione creativa di Berluti, raccogliendo l’eredità di Haider Ackermann. Qui il focus si sposta sulla materia. Immergendosi nel know-how della manifattura, il designer rilegge la tradizione del brand attraverso superfici, trattamenti e colore. La celebre patina Berluti diventa un terreno di sperimentazione, con finiture sofisticate e cromie intense. Tra i momenti più rilevanti, l’introduzione del total look e le sfilate immersive, in cui il colore, spesso saturo e a contrasto, costruisce il racconto. Fondamentale anche il dialogo con il design, che poi ritorna in tempi recenti: la rivisitazione degli arredi di Pierre Jeanneret grazie alla collaborazione con Galerie Laffanour di Parigi, così come l’attenzione alla patina e alle superfici, che avvicina il lavoro di Van Assche a una dimensione quasi architettonica. Sempre presente è anche il riferimento al mondo dell’arte (Brian Rochefort o Lev Khesin) in cui le pratiche artistiche vengono riadattate alle tecniche artigianali della maison.
Le nuove collaborazioni creative e il design
Dopo l’uscita da Berluti nel 2021, Van Assche sceglie di rallentare. «Dopo anni in cui ho lavorato senza pause, a un ritmo altissimo, è stato come scendere dalle montagne russe. Da un giorno all’altro mi sono ritrovato con tanto tempo libero: un cambiamento benvenuto, ma anche molto strano», racconta a MFF il designer. «Il distacco dalla moda è stato radicale, quasi fisico. Lo paragono a una disintossicazione: da un lato è sano prendere una pausa, ma dall’altro non è necessariamente piacevole. All’inizio non è stato facile, perché la mia identità coincideva con il mio lavoro».
Da questa pausa è nato Il libro Kris Van Assche 55 collections, edito da Lannoo nel 2023 con la direzione artistica di M/m (Paris), che è stata l’occasione per fare ordine in questo lungo e articolato percorso: «Era la cosa migliore che potesse capitarmi. Non avevo mai preso il tempo di sistemare i miei archivi, né di collegare i punti tra il mio lavoro personale, quello per Dior e per Berluti. Il volume raccoglie 55 collezioni, partendo dalla prima nel 2005, quella per il suo brand, fino all’ultima per Berluti del 2021. «Grazie al libro ho capito che, pur con espressioni diverse, la mia filosofia di design era sempre la stessa. Mi sono sentito molto più a mio agio con la mia storia».

Da qui è nata anche l’esigenza di ridefinire il suo approccio, seguendo non più un’unica direzione totalizzante, ma una pluralità di esperienze. Non più la pressione di un’unica visione dominante, ma una costruzione per frammenti. «Per vent’anni mi sono dedicato a un solo progetto alla volta», riflette Van Asshe. «Oggi preferisco combinare più esperienze. Non cerco più una sola forma di soddisfazione, ma progettualità differenti con un modo più libero di lavorare». In questa nuova fase si collocano le collaborazioni con Anta sports (colosso cinese di sportswear) e Fred Perry, che segnano un punto di sintesi tra passato e presente del suo linguaggio.
Nel 2025 debutta la collezione Antazero × Kris Van Assche al Dover street market di Parigi, segnando un momento di rottura per l’azienda, con un manifesto di innovazione sostenibile, dimostrando come il futuro della moda sportswear dipenda ormai da un equilibrio inscindibile tra eccellenza sartoriale, alta tecnologia e responsabilità ambientale. Sempre nel filone moda-sport è la recente capsule per Fred Perry, dove Van Assche mette in dialogo l’eredità sportiva delle subculture britanniche con il minimalismo radicale del designer belga, dando vita a una collezione che eleva l’uniforme giovanile attraverso un processo di decostruzione sartoriale.
L’ultimo passaggio di questo nuovo percorso è la collaborazione con Serax per il design, un passaggio dall’atelier all’oggetto, che non rappresenta una rottura, ma una continuità metodologica. Il processo resta quello della moda, fatto di osservazione, correzione e dialogo con gli artigiani, ma cambia radicalmente il tempo. Se il sistema moda impone velocità e reiterazione, questi nuovi progetti si sviluppano in una dimensione più lenta e riflessiva. Con Serax il discorso si amplia verso il design e la dimensione domestica. La collezione Josephine, ispirata alla figura della nonna e seguita dalla più recente Rosamar, traduce una memoria personale in una serie di oggetti per la tavola pensati per un uso quotidiano. «Per me non c’è differenza tra disegnare un abito o un oggetto», spiega. «È sempre una questione di proporzioni, equilibrio e sensibilità». In questa nuova fase, la moda non scompare, ma perde centralità. Diventa una delle possibili espressioni, non più l’unica. E il lavoro di Van Assche si ridefinisce come un sistema aperto, capace di attraversare discipline differenti in cui il tempo diventa il vero elemento progettuale. (riproduzione riservata)