CultureDa Comme des garçons a Yohji Yamamoto, 45 anni di japanese revolution
La stagione di show fall-winter 2026/27 ha vissuto alcuni dei suoi momenti più alti grazie alla creatività made in Japan, con hot ticket come Junya Watanabe o Sacai. Una visione, germogliata nel 1981, che è oggi più dirompente che mai. E si prepara ad atterrare a Pitti uomo con Dsm Kei Ninomiya, prima etichetta a firma Dover street market

Era il 1981 e, in una Parigi che si preparava a vivere un decennio flamboyant di opulenza, seduzione, eccessi e visioni couture votate al decorativismo estremo, un seme di nuovo stava germogliando, cambiando per sempre la visione fashion della Ville lumière. Era il 1981 e due allora poco conosciuti designer giapponesi, Rei Kawakubo e Yohji Yamamoto, calcavano i primi passi nell’empireo della moda. Forse senza pensare che, 25 anni dopo, la loro potenza estetica sarebbe rimasta non solo immutata, ma amplificata. Era il 1981 e Comme des garçons e Yamamoto si preparano a presentare le loro collezioni a Parigi. In quel momento, il sistema moda occidentale si trovò improvvisamente di fronte a qualcosa che non aveva ancora gli strumenti per comprendere. La stampa francese parlò di «Hiroshima chic», un’espressione tanto controversa quanto rivelatrice dello shock culturale generato da quei capi neri, strappati, asimmetrici, lontanissimi dall’idea di lusso allora dominante. In un’epoca marcata dall’edonismo e dalla spettacolarità, il loro approccio appariva ascetico, concettuale, radicale. Eppure, dietro a quelle colate di buio c’era una visione estremamente lucida.

Una visione che oggi, nell’ultima stagione della Paris fashion week, è apparsa più dirompente che mai. Da un lato la Kawakubo, che nelle sue rare interviste ha spesso dichiarato il suo intento: «Creare qualcosa che non esisteva prima». La sua moda non nasceva e non nasce per piacere, ma ha sempre stimolato il pensiero, la domanda, l’interrogativo. Allo stesso modo, Yamamoto ha sempre rifiutato l’idea di vestire per sedurre («Disegno abiti per donne che non vogliono sedurre con il loro corpo, ma con la loro mente»), ribaltando completamente la tradizione occidentale del vestire, spostando il focus dall’esposizione del corpo alla costruzione di un’identità. Durante le sfilate del 1981, molti spettatori lasciarono la sala, incapaci di accettare quella che percepivano come una negazione della moda stessa. Eppure, tra coloro che rimasero, si formò un nucleo di aficionados, una community di critici, buyer e creativi che intuì immediatamente la portata rivoluzionaria di quel gesto. In pochi anni, quella che inizialmente era stata vista come una provocazione divenne una delle influenze più profonde e durature del fashion system. Negli anni successivi, il lavoro di Kawakubo con Comme des garçons si è evoluto in una pratica sempre più vicina all’arte contemporanea.

Le sue collezioni, spesso concepite come performance, mettono in discussione la funzione stessa dell’abito. Non a caso, è stata la seconda stilista vivente, dopo Yves Saint Laurent, a essere celebrata con una mostra monografica al Met-Metropolitan museum of art di New York nel 2017, intitolata «Rei Kawakubo/Comme des garçons: art of the in-between». In quell’occasione, Kawakubo ribadì la sua distanza da qualsiasi definizione del suo ruolo. «I am not a fashion designer», disse, urlando il suo manifesto e sottolineando come il suo lavoro si collochi in uno spazio ibrido, tra moda e arte contemporanea. Un messaggio ribadito anche nell’ultimo show. Nelle note che hanno accompagnato la collezione fall-winter 2026, intitolata «In the end, there is black. Ultimately black», ha spiegato: «Ho capito che, in fin dei conti, il nero è il colore che fa per me. È semplicemente il più forte, il migliore per la creatività, il colore che incarna lo spirito ribelle. E ha il significato più profondo: l’Universo e il Buco nero». Una dichiarazione che la sembra riportare alle origini di quel 1981, quando fece gridare allo scandalo.
Parole che mai come in questo momento appaiono figlie del suo manifesto creativo, celebrato anche dalla mostra «Westwood | Kawakubo», un dialogo che ha accostato il lavoro di due visionarie della moda contemporanea (la mostra dell’NGV international di Melbourne sarà aperta fino al 16 aprile). Anche Yamamoto ha costruito nel tempo un linguaggio coerente e riconoscibile, fatto di volumi fluidi, sartorialità decostruita e una poetica profondamente legata al concetto giapponese di imperfezione. «Per me, la perfezione è brutta. Voglio vedere le cose che sopravvivono», ha spesso dichiarato lo stilista 83enne, sintetizzando come l’incompiuto e l’irregolare per lui siano dei valori fondamentali. Il racconto del suo Giappone è stato più che mai il cuore della sua ultima sfilata: una sinfonia estetica dove i capisaldi del japanwear tradizionale sono stati rimasterizzati e ripensati con un’attitude innovativa e modernamente provocatoria.

Assieme a loro, in quegli anni, Parigi veniva conquistata da Kenzo Takada, la cui maison oggi è al centro di un grande rilancio grazie all’esprit di Nigo, o da Issey Miyake, che grazie al lavoro di Satoshi Kondo sta vivendo un nuovo capitolo importante della sua storia. Ma quello che colpisce maggiormente oggi, alla fine di questa tornata di show, è la potenza del pensiero estetico giapponese. Che mai come ora sembra dominare le scene. Tra i best moment della tornata fall-winter 2026/27, sicuramente lo show di Junya Watanabe: discepolo della Kawakubo, ha mandato in pedana una collezione dirompente, accompagnata da una performance speciale, grazie a un casting unico e a una mise en scene di movenze e recitazione curata da Pat Boguslawki. «L’arte dell’assemblaggio nella sartoria esplora forme nate dal puro istinto creativo, libere dalle nozioni convenzionali di confezione. Attraverso la presentazione diretta delle materie prime, questo approccio esprime il contesto sociale circostante», ha voluto raccontare, prima di svelare una mise en scene potente ed evocativa.
Ma l’agenda degli show di stagione ha vissuto alcuni dei suoi momenti più alti proprio grazie alla creatività made in Japan. Senza considerare la Sacai di Chitose Abe, la Doublet di Masayuki Ino o le silhouette couture di Tomo Koizumi, ancorate al territorio giapponese dopo qualche incursione occidentale, protagonisti della scena sono stati la Undercover di Jun Takahashi, la Anrealage di Kunihiko Morinaga o la Noir di Kei Ninomiya (il designer sarà tra le vedette di Pitti uomo a giugno come guest designer del progetto Dsm Kei Ninomiya, prima etichetta a firma Dover street market, ndr). In comune, un insegnamento racchiuso in quel seme piantato nel 1981. Essere radicali, scegliere un linguaggio preciso, estremo, a cui restare fedeli sempre. Mettere in discussione la nozione canonica della bellezza. Dimenticare i limiti imposti dal costrutto sociale circostante. Ma soprattutto abbracciare la moda con una filosofia chiara: deve essere un invito costante a pensare il vestire, non come una risposta ma come una domanda. (riproduzione riservata)
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