BusinessCarlo Capasa: «In tre anni la moda italiana ha perso 10 miliardi di euro»
«Siamo passati da 101,5 miliardi nel 2023 a 91,5 attuali», dice il presidente di Cnmi. La fashion week che si apre oggi conta 75 appuntamenti di cui 16 sfilate. «Con la fine dei conflitti a Hormuz speriamo in una ripresa»

«Con lo scenario geopolitico che sembra avviarsi verso un miglioramento, speriamo di poter avere una chiusura d'anno migliore rispetto alle previsioni». Carlo Capasa, presidente di Cnmi-Camera nazionale della moda italiana, guarda con prudente ottimismo alla seconda parte del 2026. Il settore resta però sotto pressione. «Se il 2026 dovesse chiudersi come previsto, in tre anni la moda italiana avrebbe perso circa 10 miliardi di euro di fatturato, passando dai 101,5 miliardi del 2023 a circa 91,5 miliardi».
L’occasione per fare il punto sul comparto è l’apertura della Milano fashion week uomo, al via da oggi a martedì 23 giugno, con 16 sfilate fisiche, 6 appuntamenti digitali, 46 presentazioni e 7 eventi. «Il calendario funziona molto bene», osserva Capasa. «Il ritorno di Ralph Lauren è una notizia importante, così come la scelta di Thom Browne di sfilare a Milano. E poi c'è Paul Smith, che ormai è diventato una colonna portante della nostra settimana della moda».
Alcuni osservatori sottolineano una riduzione del numero di brand presenti a giugno.
Non parlerei di riduzione. I brand sono sostanzialmente gli stessi. Alcuni hanno semplicemente deciso di presentare le collezioni uomo a settembre insieme alla donna. Per me le fashion week sono essenzialmente due grandi momenti, la stagione primavera-estate che inizia a giugno e continua a settembre e quella autunno-inverno. C'è una diversa distribuzione temporale, ma la forza dell'offerta maschile resta invariata.
Milano continua quindi a rafforzare il suo ruolo internazionale?
Assolutamente sì. Milano ha più di 800 showroom e oltre 3.000 brand rappresentati. Per questo, insieme a Ice, abbiamo pensato di portare in città i buyer esteri anche al di fuori della settimana della moda, in modo da facilitare il loro business e valorizzare ulteriormente il sistema.

A un anno dalle polemiche sulla filiera, qual è la situazione?
Si trattava di polemiche su numeri molto piccoli, ma anche un unico lavoratore va tutelato. I brand hanno raccolto il segnale e aumentato significativamente i controlli lungo tutta la catena produttiva. Oggi la filiera è molto più monitorata rispetto a un anno fa.
Proprio per la filiera stringete un patto con la Féderation francese della moda?
Insieme ai nostri omologhi francesi abbiamo costruito un framework comune che aiuta le piccole e medie imprese della filiera a gestire gli adempimenti Esg richiesti dai brand.
Lo stato di salute della filiera resta però delicato?
Finché il mercato continua a registrare numeri negativi, la situazione rimane difficile. Quando il comparto perde fatturato, inevitabilmente soffrono anche i fornitori. Allo stesso tempo, ogni crisi rappresenta un'opportunità per ripensare il sistema. Dobbiamo lavorare sulla modernizzazione, sull'intelligenza artificiale applicata alla tracciabilità e alla logistica, sul rafforzamento delle reti tra piccole imprese e soprattutto sulla formazione. Senza nuove competenze non esiste una filiera del futuro. (riproduzione riservata)
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