BeautyBroadway glam, una beauty tale a ritmo di musica
Per la spring-summer 2026, il trucco torna a far brillare e il musical, territorio di iperbole e costruzione consapevole, è l’archivio ideale per questa controffensiva estetica. Un servizio esclusivo su MFF-Magazine For Fashion 127, con foto di Sonia Marin, racconta la magia del dietro le quinte in un teatro di scena. Tra uno sguardo allo specchio e un ritocco al make-up prima di salire sul palco

«Una maschera tribale su un volto in disfacimento, emblema di un’epoca al collasso». Così lo scrittore Christopher Isherwood condensava nella matita sbavata di Sally Bowles, portata sullo schermo dall’indimenticabile Liza Minnelli in Cabaret, qualcosa di molto più potente di un trucco di scena. Quel kohl sciolto, l’ombretto pittorico, le ciglia giganti («sembravo un ragno innamorato», dichiarò l’attrice) sono diventate un manifesto. Nel film diretto da Bob Fosse, ambientato in una Berlino decadente nel 1931, i tratti intensi di Liza Minnelli esprimono, anche attraverso il trucco, la resistenza contro l’ascesa del Reich. Il musical è sempre stato questo: uno spettacolo-laboratorio capace di anticipare i tempi, di trasformarsi in gesto di ribellione e dichiarazione d’identità. Non stupisce che oggi, nell’epoca in cui gli algoritmi sembrano addomesticare lo sguardo collettivo e normalizzare il bello, l’estetica sgargiante di questo genere che intreccia corpo, suono e immagine torni a dettare le regole visive e a «disturbare», riaffermando il valore della trasgressione. C’è bisogno di esuberanza e dissonanza visiva.

Per la primavera-estate 2026 trionfano ombretti iridescenti e saturi, balsami colorati in stick per guance e occhi, mascara elettrici, glitter che catturano la luce come proiettori in miniatura, rossetti shock. Il trucco torna a rivelare, a turbare, a far brillare e il musical, territorio di iperbole e costruzione consapevole, è l’archivio ideale per questa controffensiva estetica. D’altronde, più l’immagine digitale si fa levigata più cresce il desiderio di una superficie che vibra, che eccede, che rompe il codice: «Il musical racchiude tutto: è proprio in questo mix che il nostro lavoro prende vita», spiega Maurizio Calabró, lead make-up artist di Nars cosmetics. «Questi ultimi anni di minimalismo e maquillage clean hanno uniformato un po’ tutto, finendo per togliere libertà espressiva. Ho la sensazione che quel ciclo si sia concluso e che stia tornando il colore nello sguardo. Restano basi leggere, fluide, anche matte ma luminose: è un ritorno alla personalità, più che alla tendenza». Dai libri al teatro al cinema, c’è una nuova ossessione, anticipata nel saggio Dancing. Il musical di Hollywood dagli inizi del sonoro a West side story di Patrizia Veroli (Il saggiatore), che racconta come dalle onde di Rita Hayworth fino alle coreografie accese di West side story, questo genere sia stato intrattenimento popolare ma anche arte sofisticata.

Il 24 aprile uscirà Michael, kolossal-biopic su Michael Jackson che ripercorre la vita del re del pop dal debutto fino alla carriera da solista, fra genialità e ombre personali. Dopo un casting epico durato quasi due anni, a incarnare il talento stratosferico di Michael sarà il nipote, Jaafar Jackson (29 anni), figlio di Jermaine (bassista e co-lead vocalist dei Jackson 5): forse anche per scongiurare chi gli dava del raccomandato e dimostrare le sue capacità, si è sottoposto a prove estenuanti per ottenere la parte. La somiglianza è impressionante. «È Michael in ogni sguardo, in ogni nota, nel moonwalk», ha detto il regista Antoine Fuqua. Nell’attesa febbrile che esca il film, sui social sono già virali i beauty reel con guanto di cristalli, occhialoni neri e lo stile jehri curl, i ricci afro morbidi e con finitura bagnata che portava Michael all’epoca di Billie Jean. Anche le nuove maxi produzioni teatrali fanno esplodere trend. Immancabile il binomio ombretto celeste-gote pesca che annuncia il grande rientro a Broadway, previsto quest’anno in autunno, di Dreamgirls, uno dei musical più elettrizzanti di tutti i tempi, già acclamato come un evento culturale di portata sismica.

Nel West end londinese, invece, dal 26 maggio arriva al Prince Edward theatre Beetlejuice, versione teatrale del cult di Tim Burton: un caos fatto di ironia gotica, effetti speciali e un’estetica che mescola ombre, capelli mossi e make-up ectoplasmatico. Sul palco domina la nail art in nero proprio nell’anno in cui l’iconico smalto Rouge noir di Chanel compie trent’anni. Diventato cult grazie anche a Uma Thurman in Pulp fiction, questa stagione è protagonista di una collezione celebrativa in edizione limitata che comprende mascara, ombretti multiuso e una lacca per labbra da vere dark lady. Insomma, se la cultura cosmetica post Covid, tutta routine green e minimalismo, era orientata verso l’interiorizzazione, il musical va nella direzione opposta: porta fuori ciò che è dentro e trasforma l’ansia in numero corale. Oggi vogliamo brividi, sconquassi, turbini cromatici: non sorprende che il beauty si stia riallineando a questa teatralità. «Chicago o Mamma mia! possono ancora oggi ispirare look make-up fortemente attuali», continua Calabró di Nars, «e finalmente lo stiamo rivedendo anche sulle passerelle: basti pensare all’ombretto denim steso a palpebra piena, quasi uno smoky eyes saturo e vibrante; ai blush applicati dalle tempie e sfumati fino alle gote, talvolta mixando tonalità diverse; alle labbra che tornano accese, agli eyeliner evidenti. Se guardiamo le palette dei brand oggi, troviamo finish matte assieme a satinati, tutto nello stesso packaging. Questo incoraggia chi acquista a personalizzare, a sperimentare, a costruire il proprio io. È qualcosa che negli anni 80 conoscevamo bene: con poco riuscivamo a creare un universo che parlava di noi. Forse è proprio questo che oggi manca: il coraggio di usare il trucco come dichiarazione identitaria. Ecco perché ripartire da quella contaminazione può ridare luce a chi desidera splendere».

Il musical è colore, gioia, ritmo addosso, ma anche serbatoio di disobbedienza e idoli speciali. La biografia di Fred Astaire riporta questa frase: «Volevo danzare a modo mio, in una sorta di stile da fuorilegge», con cui il mago del tip tap scusava il suo noto disinteresse nei confronti della formazione accademica. Oggi «l’uomo che danzava sull’aria», come venne definito, piace anche alla Gen Z per i suoi talenti non comuni: alto, sottile, dinoccolato, non proprio avvenente, Astaire riuscì infatti a rompere tutti gli schemi con ironia, irraggiungibile eleganza e ballo quasi acrobatico. D’altronde, mai come oggi, per reagire a filtri omologanti e intelligenza artificiale, abbiamo bisogno di storie diverse e divertenti: Torsten Witte, make-up artist di La la land (2016), raccontò di aver usato sulle labbra, le guance e le palpebre di Emma Stone «quintali» di balsamo Pawpaw, cosmetico australiano a base di polpa fermentata di papaya. L’obiettivo? Ottenere un effetto lucido naturale e idratante. Durante le prove, però, il balm si sciolse sotto le luci, creando un involontario effetto sudore diventato leggendario (e virale su TikTok): quell’errore rendeva il viso una superficie riflettente, tutta luce e umanità. In questo senso la musicalmania rivendica anche il diritto di non apparire «naturali», di usare di nuovo il make-up per dichiarare, stratificare, accentuare (e non per fare finta di non essere truccate!).

L’idea di trasformazione da persona a personaggio, e ritorno, piace alle star più forti della musica contemporanea, che giocano con codici esplicitamente teatrali: l’americana Chappell Roan, anti-popstar in stivali glitterati, eyeliner grafico e ombretti caleidoscopici, fa di ogni suo look una presa di posizione fra aranci acidi e fucsia. Mentre Laufey (si pronuncia lèi-vei), violoncellista classica e voce da crooner anni 50, costruisce un’estetica colta (spesso indossa sulle palpebre l’azzurro Beato Angelico), che intercetta una generazione stanca del «brain rot» e affamata di raffinatezza. E poi ci sono le Duchy darlings, tre adolescenti dello Yorkshire (la più «vecchia» ha 15 anni), che stanno diventando un piccolo fenomeno culturale grazie anche al loro stile fatto di sottogonne vaporose, victory rolls e rossetti satinati. D’altronde le grandi rivoluzioni visive del ’900 sono passate prima dal fard che dall’armadio: da David Bowie a Boy George e Leigh Bowery, pennelli e pigmenti sono stati strumenti di affermazione e provocazione. Il musical è l’habitat naturale per questo tipo di rivoluzioni estetiche. Non a caso proprio di questi tempi ci attrae così tanto: insegna a resistere contro il grigio della quotidianità ricordandoci che la vita può essere esagerata, che possiamo colorarci il volto, sudare sotto le luci e occupare finalmente la scena che ci meritiamo. (riproduzione riservata)
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