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Boucheron, Cartier e Chopard, l’alta gioielleria esplora l’etica

Tracciabilità dei diamanti, oro a basso impatto e nuovi materiali riciclati. Le grandi maison di preziosi testano l'utilizzo di sottoprodotti industriali per capsule collection sostenibili e con una filiera attenta alle comunità

di Silvia Manzoni (Parigi)
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Un gioiello della linea Jack di Boucheron ultime (courtesy Boucheron)
Un gioiello della linea Jack di Boucheron ultime (courtesy Boucheron)

Ci volevano coraggio e una visione estetica che travalica i codici tradizionali per fare di un materiale di scarto riciclato la star della nuova collezione di gioielli della linea Jack di Boucheron ultime. Ma la direttrice artistica della maison, Claire Choisne, non indietreggia mai davanti alla sfide creative. Ha così scelto di incastonare su collier, orecchini e spille Cofalit, un materiale derivante dal trattamento dei residui di amianto. «È l’esatto contrario di ciò che è considerato prezioso nell’immaginario collettivo. Apprezzo la radicalità e l’aspetto estetico di questo sottoprodotto industriale riciclato e mi ha ispirato il fatto che tale materiale sembra non avere ulteriore utilità. Ho voluto ripristinarne il valore in modo duraturo attraverso questa capsule collection», ha spiegato la designer. Ed è appunto intorno a una rilettura del concetto di valore che ruota anche il primo rapporto mai realizzato da Boucheron, Precious for the future, sugli obiettivi a breve e lungo termine e su quelli già raggiunti. Ad oggi, il 95% dell’oro utilizzato da Boucheron per le sue collezioni è riciclato e il restante proviene da miniere più piccole a gestione controllata; la completa tracciabilità dei diamanti sarà assicurata nel 2025, così come quella di tutti gli altri materiali preziosi.

Boucheron ha aderito quest’anno, come altri big del calibro di Gucci, Pomellato, Chanel e Montblanc al Watch&jewellery initiative 2030, fondato un anno fa dai gruppi Kering e Richemont per fissare una roadmap con tre tappe fondamentali: rinforzare la resilienza climatica, proteggere le risorse e incoraggiare l’inclusività. In questo solco, tra i pionieri c’è Cartier, che si dimostra molto sensibile alle tematiche etiche: dal 2017 non acquista più pietre preziose provenienti dal Myanmar, dove vengono violati i diritti della minoranza Rohingya, e dal 2018 ha cessato anche di approvvigionarsi di lapislazzuli in Afghanistan, visto che il loro commercio è sospettato di finanziare i gruppi armati. Non vengono neanche comprati diamanti da paesi nei quali ci sono conflitti. «Il 100% di quelli utilizzati sui nostri gioielli proviene da relazioni impostate sul lungo termine con fornitori che si impegnano a rispettare precisi standard sociali e ambientali», hanno commentato da Cartier.

Un processo ormai irreversibile per tutte le grandi maison, secondo McKinsey, che in un rapporto sulle prospettive per l’alta gioielleria nei prossimi tre anni rileva che il potenziale del settore è legato ai progressi che riuscirà a fare nella Csr, ovvero sull’impatto sociale ed ambientale. Tiffany&Co., entrato nel portfolio di Lvmh, è stato tra i primi a inaugurare una completa trasparenza sull’origine dei suoi diamonds. Il cliente può conoscere, al momento dell’acquisto, il loro esatto percorso: dall’estrazione in miniera fino al luogo in cui sono stati tagliati. «La tracciabilità fa parte delle nostra strategia d’impresa», ha affermato Anisa Kamadoli Costa, responsabile della sostenibilità della griffe, «e su questa puntiamo per veicolare un esempio di lusso sostenibile». Lo stesso livello di tracciablità sarà applicato, entro il 2025, per l’oro, l’argento e ilplatino. Diamanti «puliti» e certificati anche per Louis Vuitton. Hanno tutti l’approvazione del Responsible jewellery council che ne conferma l’estrazione secondo parametrici etici e vieta l’approvvigionamento da zone nelle quali ci sono turbolenze.

A questo stesso organismo internazionale che garantisce il rispetto dell’ambiente e dei diritti umani la maison si è rivolta a partire dal 2012 per certificare l’oro delle sue collezioni di orologi e gioielli. Anche Chopard dal 2018 impiega solo oro etico. Il marchio del red carpet di Cannes si è circondato da alcune delle star che le sono più vicine, come Colin e Livia Firth, Julianne Moore, la modelle e attivista Arizona Muse e il cantante cinese Roy Wang, per annunciare che d’ora in avanti utilizzerà per i suoi gioielli e orologi solo oro acquistato presso fornitori responsabili che rispettano i migliori standard ambientali e sociali. Proprio per il suo progetto in favore dell’ambiente, la direttrice artistica Caroline Scheufele ha ricevuto nel 2019 il premio Designer of the year. Insomma, sarebbe oggi impensabile immaginare un’alta gioielleria senza un forte corollario etico. E se per anni il settore si è mostrato tentennante, oggi, spinto anche dal rinnovo della clientela, mostra come si possano coniugare lusso, solidarietà e durabilità. Applicandosi per trovare nuovi sbocchi e nuove aperture, meno classiche, e raccontando altre storie. (riproduzione riservata)

Mff - Numero 227 pag. 16 del 17/11/2022

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