Etf su bond emergenti ma sostenibili
Fidelity International sbarca in Italia con una vasta gamma di replicanti smart beta e con filtri di sostenibilità
Un nuovo provider si è affacciato sul mercato italiano degli Etf, e non è un nome trascurabile. Si tratta infatti di Fidelity International, un brand che ha una grande storia nel contesto della gestione attiva ma che ha esteso la propria offerta negli ultimi anni anche agli Etf. La società è nata nel 1946 a Boston, ed oggi il ramo internazionale ha in gestione oltre 550 miliardi di dollari. La bandierina sull’Italia non è solo di facciata ma è stata appuntata con convinzione, grazie ad un listing importante in termini numerici che fa ben comprendere il progetto di fondo. A fianco di prodotti indicizzati smart beta in ambito azionario, che puntano al fattore Quality, Fidelity ha proposto una fitta schiera di Etf a gestione attiva, che mirano sia alle azioni che ai bond ma con filtri Esg, sfruttando un trend di mercato molto evidente. La maggior parte della gamma mira all’asset class azionaria, ma in questo caso si analizzano le caratteristiche del prodotto Fidelity Sustainable USD EM Bond che offre esposizione con filtri di sostenibilità ai bond emergenti in dollari. Anche in questo caso di tratta di un Etf a gestione attiva, dove il fine è sovraperformare l’indice JP Morgan ESG EMBI Global Diversified, il benchmark di riferimento. Il connubio tra scelte sostenibili e sottostante emergente riflette un obiettivo molto chiaro: permettere all’investitore di soddisfare i requisiti Esg e al tempo stesso puntare a rendimenti attesi importanti, impresa ardua se si rimane nel contesto occidentale espresso in euro. Diversa la situazione se si approcciano le obbligazioni emesse dai Paesi emergenti, anche se espresse in valuta forte (il dollaro Usa) e non le valute locali. L’indice JP Morgan ESG EMBI Global Diversified replica gli strumenti di debito a tasso fisso e variabile dei mercati emergenti denominati in dollari Usa ed emessi da entità governative e quasi governative, adottando anche filtri di liquidità. Sono escluse dal portafoglio le obbligazioni convertibili e le emissioni legate all’inflazione. Inoltre, possono entrare a far parte dell’indice solo le obbligazioni con almeno 2,5 anni di vita residua e nel momento in cui mancano 6 mesi alla scadenza verranno liquidite. Il filtro di liquidità viene inserito scremando tra le emissioni con almeno 500 milioni di dollari di outstanding e all’interno dell’indice è presente un cap che fa si che ogni singolo Paese non possa valere più del 10%; inoltre le nazioni con debiti eccessivamente elevati ritenuti poco sostenibili vengono escluse dal benchmark. Ma le esclusioni dovute ai filtri Esg rappresentano un importante elemento: non possono essere incluse nel benchmark le emissioni di aziende per cui una buona parte dei ricavi è riconducibile ai business del tabacco, del carbone, delle armi, ma anche in violazione del UN Global Compact. Inoltre, gli emittenti che presentano un rating JESG inferiore a 20 non possono entrare a far parte dell’indice; tale rating di sostenibilità classifica gli emittenti su una scala che va da 0 a 100, segmentandoli in 5 gruppi, dove i punteggi riconducibili all’ultimo gruppo vengono appunto scartati. Le valutazioni in merito ai rating Esg vengono elaborate da Sustainalytics e RepRisk guardando alle linee guida della Climate Bonds Initiative, e vengono rielaborate ogni 3 mesi per l’indice considerato. La storia evidenzia che non si ha perdita di performance tra l’indice sottostate all’Etf e la versione senza filtri Esg: dal 2012 ad oggi il benchmark sostenibile considerato ha reso in dollari mediamente il 4,4% annuo, rispetto al 4,2% della versione non Esg; espresse in euro le performance lorde si attestano rispettivamente a +5,9% e +5,7% annuo. Guardando all’attuale composizione del portafoglio si segnala che l’87% dei componenti sono di natura statale, mentre la diversificazione è garantita dal fatto che i pesi maggiori non superano il 5%. Si tratta di Oman, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar, seguiti da Indonesia, Uruguay, Ucraina, Cile, etc. Meno importante il peso di emittenti come Russia (, Sudafrica, Turchia, Brasile, Cina, etc. Complessivamente ci sono in portafoglio 149 emissioni nell’indice, riconducibili a 56 emittenti differenti, e la duration di portafoglio è importante in quanto pari a 7,7 anni. Allettante il rendimento annuo a scadenza del 3,9% annuo. Il rischio di cambio è unicamente sul dollaro Usa, e il Ter del prodotto è pari allo 0,45% annuo. (riproduzione riservata)