Tutti guardano a Nvidia, il campione della nuova rivoluzione tech con i suoi micro processori che hanno sbaragliato la concorrenza, per capire se e come stia aleggiando sopra a Wall Street una formidabile bolla azionaria o se, al contrario, i tassi di crescita di ricavi e utili esplosivi dell’azienda guidata da Jensen Huang sono e saranno in grado di sostenere le valutazioni stellari che Nvidia ha ormai raggiunto.
Con circa 4.500 miliardi di dollari di valore di mercato Nvidia è ormai il faro conduttore di tutto il segmento big tech americano. Una valutazione da brividi ma che è supportata - sostengono gli analisti scettici sull’ipotesi bolla - da un passo di marcia di ricavi e profitti che quasi nessuno può vantare. Solo nel biennio 2024-2025 il fatturato è più che raddoppiato ogni anno, passando da 27 miliardi del bilancio annuale chiuso a gennaio 2023 ai 131 miliardi dei conti chiusi a gennaio 2025.
E in vista dei conti finali di quest’esercizio, attesi a fine gennaio 2026, le stime di consenso raccolte da S&P Global Market Intelligence indicano un’ulteriore progressione a 213 miliardi, con un margine ebitda al 63% e utili per 114 miliardi pari a oltre il 53% dei ricavi. Certo il titolo quota a multipli elevati: 46 volte gli utili e 38 volte il meno significativo rapporto prezzo/patrimonio netto. Numeri certo da far impallidire, ma se la marcia di ricavi e utili continuerà a questo ritmo, allora i multipli si ridurranno a valori meno siderali.
Ma guardare solo a Nvidia non basta per capire se l’euforia irrazionale di questi tempi sia o meno giustificata. Nvidia di fatto domina un mercato particolare e il passo di carica potrebbe rallentare solo se dovesse emergere un concorrente temibile. In realtà ci sono a Wall Street titoli più o meno grandi, spesso sconosciuti al grande pubblico che quanto a multipli cui vengono trattati oscurano persino le maxi-valutazioni di Nvidia. Se bolla è, o sarà, conviene partire da loro.
Milano
Milano Finanza ha estrapolato un campione di 10 titoli (vedere tabella in pagina) quotati a New York, con multipli decisamente stellari. Un esempio? Una società come Applovin mostra sui prezzi di questi giorni un p/e di 84 volte e un rapporto prezzo/patrimonio netto di ben 158 volte. E cosa fa Applovin per laurearsi titolo più caro del mercato Usa? È uno sviluppatore di app e ha raggiunto una capitalizzazione di mercato di 245 miliardi di dollari. In borsa il rally è stato ragguardevole: da gennaio 2024, quando quotava attorno a 41 dollari, ha cominciato una marcia trionfale con il prezzo ora lievitato a circa 702 dollari.
Proprio dal 2024 il fatturato è aumentato esponenzialmente, tanto da valere per fine di quest’anno, secondo stime, 5,7 miliardi con utili record per 3,2 miliardi, ossia il 55% dei ricavi. Quasi meglio di Nvidia quanto a redditività netta, ma da qui a valere un multiplo di p/e di oltre 80 ce ne corre.
E cosa dire di Vistra Corporation? Qui siamo nel campo dell’energia. Vistra è un gruppo texano attivo nella distribuzione di gas e luce e in borsa si è reso protagonista di un rally che ha portato il prezzo del titolo da 31 dollari dell’autunno 2023 ai 160 attuali. Sprint che ha portato la market cap del titolo a 55 miliardi di dollari, arrivando a valere un multiplo di 60 volte i profitti e ben 21 volte il patrimonio netto.
Numeri più da big tech che non da banale distributore di energia. Qui non si capisce davvero cosa abbia visto il mercato per comprare a piene mani il titolo negli ultimi due anni. Di fatto Vistra è un’utility che certo non produce grandi balzi di fatturato. Vero è che nel 2024 ha visto salire i ricavi del 16%, ma ha prodotto un utile netto di 2,6 miliardi su oltre 17 miliardi di ricavi, vale a dire una redditività netta del 15%. Poco, molto poco, per valere così tanto in borsa. Se bolla c’è, Vistra sembra proprio incarnare il prototipo del titolo volato ben oltre le proprie possibilità.
Analogo discorso può essere fatto per la piattaforma di investimenti Robinhood. La società che dovrebbe «rubare ai ricchi per dare ai poveri» è ricca di suo. Dopo anni di perdite per un totale di 5 miliardi, nel 2024 ha invertito la rotta e innestato il turbo. Il fatturato è così balzato a 2,95 miliardi, con utili per 1,4 miliardi. E per il 2025 il consenso di mercato si attende un’ulteriore progressione del giro d’affari, a 4,5 miliardi. Ma valere oggi ben 122 miliardi pare decisamente fuori luogo.
Altro fenomeno misterioso è Rollins Inc. Il gruppo è attivo nella disinfestazione da insetti. Vera old economy, ma vale sul listino del Nyse 28 miliardi di capitalizzazione. A fronte di ricavi nel 2024 per 3,3 miliardi. Siamo a un livello di 9 volte il fatturato e 57 volte i profitti netti, che tra l’altro valgono solo 460 milioni, il 13,8% dei ricavi. Una redditività che certo non può giustificare multipli da big tech.
Analogo copione anche per Rockwell Automation, una società di automazione industriale che vale 52 volte i profitti e ben 12 volte il suo capitale. Anche qui siamo a livelli stratosferici, considerato che la redditività netta del gruppo è dell’11% su un fatturato che supera di poco gli 8 miliardi, ma che in borsa sfiora i 45 miliardi di capitalizzazione. Infine ecco due big del listino Usa: Oracle e il gigante del pharma Eli Lilly.
Per anni attore minore nel mercato del cloud, quest’anno Oracle si è candidata tra i principali fornitori della potenza di calcolo a noleggio, essenziale per l’AI generativa, grazie alla sua partnership con OpenAI. Il gruppo di Larry Ellison dovrebbe spendere quest’anno oltre 400 miliardi di dollari in infrastrutture per l’AI. Secondo gli analisti, una parte significativa degli investimenti di Oracle è legata ai data center associati a OpenAI.
Questo ha suscitato preoccupazioni tra gli investitori, poiché scarseggiano i dettagli su come OpenAI - valutata 500 miliardi di dollari ma ancora non redditizia - intenda finanziare le proprie spese, che supereranno i 1.000 miliardi di dollari entro il 2030. E Oracle si è fortemente indebitata per sfidare la nuova frontiera dell’AI. Il debito supera ora i 110 miliardi di dollari e il mercato teme che la società possa aver fatto il passo più lungo della gamba. Una scommessa al buio per un titolo che vale 51 volte gli utili netti e 26 volte il suo capitale.
Quanto a Eli Lilly, l’azienda medicale sta correndo a razzo grazie all’aumento dei ricavi nei farmaci anti-obesità, fronte su cui si contende il primato globale con la danese Novo Nordisk. I ricavi salgono a ritmi di oltre il 40% annui e gli utili valgono oltre il 30% dei ricavi. Redditività molto buona ma siamo a livelli di p/e di quasi 50 volte.
Con il rischio che la nuova moda dei farmaci, nati per il diabete, e venduti a piene mani come dimagranti, veda emergere in futuro gli effetti collaterali, anche pericolosi come la temibile pancreatite, cui cominciano a manifestarsi le prime segnalazioni critiche della farmaco-vigilanza. (riproduzione riservata)