Oltre un produttore di vino italiano su tre ha scelto di ridurre i prezzi negli Stati Uniti per restare competitivo dopo l’introduzione dei dazi. Tuttavia nel 2025 il volume delle vendite sul mercato americano è sceso comunque del 6,3%, incidendo sul dato generale delle esportazioni (-3,4%). È questo l’impatto delle tariffe stimato nell’ultimo report di Area Studi Mediobanca sul settore vinicolo, che analizza la performance di 255 produttori di vino e spumante italiani tra il 2020 e il 2025.
Le bottiglie italiane negli Stati Uniti rappresentano un terzo del vino importato, pur con un calo del 3% nel 2025. Di fronte alle tariffe, che secondo Federvini sono costate 180 milioni di euro ai produttori italiani tra aprile 2025 e aprile 2026, le aziende hanno adottato diverse strategie.
Il 36,1% delle imprese ha scelto di ridurre i prezzi nel tentativo di preservare i volumi sul primo mercato di sbocco all’estero, accettando quindi una compressione dei margini. Il 27,8% invece ha mantenuto invariati i listini, mettendo però in conto una diminuzione delle bottiglie vendute. Solo il 18,6% è riuscito a tenere fermi i prezzi senza subire una flessione nei volumi. A non intervenire sui prezzi, si legge nel report, sono state soprattutto le società di maggiori dimensioni, in grado di assorbire un eventuale calo dell’export.
In generale le stime preliminari di Area Studi Mediobanca sul 2025 indicano un aumento della produzione di vino in Italia a 44,4 milioni di ettolitri (+0,7% sul 2024). La domanda nazionale, tuttavia, risulta in calo del 9,4% per effetto di un diffuso cambio di abitudini. A livello globale infatti il consumo di vino continua a scendere, attestandosi a 208 milioni di ettolitri nel 2025 (-2,7%).
Nel complesso il fatturato delle maggiori imprese vitivinicole italiane è diminuito del 2,8% lo scorso anno, con un calo più marcato delle esportazioni (-3,4%) e una maggiore tenuta del mercato interno (-2,2%). Quasi sei produttori su dieci si aspettano però di vedere una crescita dei ricavi già nel 2026 e un’azienda su due crede che anche l’export riprenderà ad aumentare quest’anno. Nel 2024 le esportazioni pesavano per il 57,3% delle vendite complessive delle imprese non cooperative.
Negli anni passati il settore ha visto il giro d’affari crescere. Tra il 2020 e il 2024 il fatturato delle società non cooperative è salito in media del 7,1% annuo, con un’accelerazione più marcata per le grandi società con almeno 50 milioni di ricavi (+7,9% in media). Per quel che riguarda la marginalità, l’ebit margin medio nello stesso periodo è stato del 9% con un roi del 6% per il settore (sempre escludendo le cooperative). Nel frattempo le aziende hanno ridotto il peso dei debiti: nel 2024 i debiti finanziari rappresentavano il 48,6% del capitale netto contro il 53,1% del 2023.
Infine, il vino italiano resta una questione di famiglia. Al controllo familiare è infatti riconducibile il 66% del patrimonio netto delle imprese analizzate nel 2024, quota che sale all’82% includendo le cooperative. Gli investitori finanziari pesano per il 10,2% e solo due rappresentanti del comparto sono quotati: Masi Agricola e Italian Wine Brands. (riproduzione riservata)