Così rare da essere definite per convenzione «unicorni». Sono aziende tech che raggiungono una valutazione superiore al miliardo di dollari, entrando di diritto nel gotha delle società private di maggior valore al mondo. All’estero, soprattutto negli Usa e in Cina, ce ne sono centinaia, alcune sono piuttosto ingombranti: OpenAI è ormai un gigante valutato 300 miliardi, SpaceX circa 400 miliardi.
In Italia, dove l’ecosistema del venture capital ha dimensioni ridotte, gli unicorni si fermano a tre: Satispay, Scalapay e Bending Spoons. Sono aziende tecnologiche con alcuni anni di vita - la più giovane del trio, Scalapay, è nata nel 2019 mentre le altre due hanno superato il decennio - e nell’ultimo anno hanno cercato di consolidarsi facendo acquisizioni, riorganizzando le linee di business e sondando nuovi mercati.
Bending Spoons è la startup con la valutazione più elevata nella mini-lista degli unicorni italiani, quasi 3 miliardi di euro. La società di Luca Ferrari ha appena chiuso un round di venture debt da oltre 500 milioni di euro che segue un maxi finanziamento da 600 milioni di dollari ottenuto a marzo.
I fondi serviranno per proseguire la campagna d’acquisizioni del gruppo che lo scorso anno ha chiuso diverse operazioni d’m&a, acquisendo le piattaforme WeTransfer, Issuu, StreamYard, Meetup e le attività digitali di Mosaic. Parallelamente, Bending Spoons ha avviato un processo di riorganizzazione interna con la nascita delle controllate Bending Spoons Holding e Bending Spoons Operations.
Guardando ai numeri del bilancio, il business del gruppo nel 2024 è cresciuto fino a 623 milioni di euro (+73%) con un ebitda più che raddoppiato a quota 94 milioni e un utile netto di circa 57 milioni. Con questi profitti, per ora Bending Spoons è l’unico unicorno italiano a produrre utili.
Passando a Satispay, la società fondata nel 2013 da Alberto Dalmasso e Dario Brignone - nota per il suo sistema di pagamenti digitali - ha chiuso nel 2024 un round da 60 milioni che ha portato il totale raccolto finora a oltre 500 milioni. Lo scorso anno il bilancio di Satispay ha riportato ricavi dal network (consumatori, esercenti e aziende che usano i servizi del gruppo) pari a 46 milioni, in aumento del 66%, con un ebitda negativo per 39 milioni e una perdita di 47 milioni.
Sul risultato finale influiscono gli investimenti che la società sta facendo per ampliare e diversificare i servizi offerti agli utenti (oltre 5 milioni nel 2024). Satispay è già entrata nel mondo degli investimenti e del welfare, introducendo da un lato il salvadanaio per accumulare risparmi, con depositi dei clienti pari a 476 milioni nel 2024, e dall’altro i buoni pasto che a dicembre erano utilizzati da circa 20 mila datori di lavoro.
Infine, Scalapay. La fintech guidata da Simone Mancini ha archiviato l’ultimo esercizio con ricavi per circa 57 milioni, una cifra vicina a quella del 2023, gestendo transazioni per oltre 500 milioni e registrando un rosso di 15,8 milioni.
Anche Scalapay, come Bending Spoons, è intervenuta sulla sua struttura interna e ha spostato le attività di buy now pay later (bnpl) all’istituto di pagamento Scalapay Ip, controllato dall’omonima srl. Allo stesso tempo ha iniziato a cartolarizzare parte dei propri crediti, riducendo quindi il rischio in pancia, cedendoli a terzi. Il ramo Scalapay Ip ha terminato il 2024 in sostanziale pareggio, con un piccolo utile di 33 mila euro, incassando 16,4 milioni di commissioni attive di cui 12,5 milioni dal bnpl.
Al di fuori del buy now pay later, la società è entrata nel business delle carte di credito virtuali e ha ottenuto l’autorizzazione per espandere l’offerta dei propri servizi in Polonia, Repubblica Ceca, Danimarca, Grecia, Slovenia e Croazia.
Tre unicorni collocano l’Italia piuttosto in basso nel ranking di Cb Insights, che censisce regolarmente le «promesse» con valutazione superiore al miliardo di dollari in tutto il mondo. Competere con gli Stati Uniti (712 unicorni su circa 1.200 individuati nella classifica di luglio) e con la Cina (236) è impossibile, però l’Italia viene staccata anche da Regno Unito (55), Francia (30) e Germania (32), superata pure da Paesi Bassi (9) e Spagna (5).
Il mercato italiano «è ancora poco sviluppato rispetto principali competitor europei, il che fa sì che i mega deal siano rari», ha spiegato Giovanni Fusaro, project manager dell’Osservatorio Venture Capital Monitor dell’Università Liuc, in occasione della presentazione degli ultimi dati sul settore. In pratica, poche aziende realizzano round tali da avvicinarsi all’agognata valutazione miliardaria.
Di conseguenza, l’Italia non ha solo pochi unicorni, ma anche pochi candidati a questo status. Al momento il principale è Domyn (l’ex iGenius) che ha annunciato un maxi round da almeno 650 milioni con una valutazione pre-money superiore al miliardo, ma l’operazione non risulta ancora finalizzata. (riproduzione riservata)