Norman Vincent Peale (1898–1993) non è stato un semplice predicatore protestante, né un innocuo motivatore ante litteram. È stato uno degli ingegneri mentali più efficaci del Novecento americano, l’uomo che ha trasformato la religione in una tecnologia psicologica perfettamente compatibile con il capitalismo avanzato.
Con il suo bestseller The Power of Positive Thinking (1952), Peale ha smantellato l’idea tradizionale di fede come interrogazione del senso e l’ha sostituita con una pratica operativa: non comprendere il mondo, ma sovrascriverlo. Non accettare la realtà, ma imporle una narrazione sufficientemente insistente da renderla vera. Nel suo sistema il dubbio non è una virtù, è un sabotaggio; il fallimento non è una condizione storica o sociale, ma una colpa individuale. Dio non giudica, non salva, non corregge: amplifica. Premia chi crede abbastanza in se stesso da vincere. Chi perde, semplicemente, non ha creduto nel modo giusto.
Per oltre cinquant’anni pastore della Marble Collegiate Church di New York, Peale è stato consigliere informale di presidenti, imprenditori, celebrità. Non ha fondato una setta, ha fondato una mentalità di governo: ottimismo obbligatorio, responsabilità totale dell’individuo, successo come prova morale. Una teologia senza tragedia, senza conflitto, senza struttura. Solo volontà, fiducia e risultato.
È in questo campo magnetico che cresce Donald Trump. I suoi genitori frequentano la Marble Collegiate Church, Peale officia il matrimonio con Ivana, diventa una figura di riferimento simbolico. Trump non eredita una fede tradizionale, eredita una grammatica mentale magico esoterica: mai ammettere l’errore, mai riconoscere la sconfitta, mai concedere realtà al fallimento. Trump non mente nel senso classico: afferma. Non corregge: insiste. Non perde: viene sabotato. La verità non è ciò che accade, ma ciò che resiste abbastanza a lungo nel discorso pubblico. Questo è il pensiero positivo portato al potere esecutivo la magia della ripetizione memistica di una frase crea la realtà, il nuovo dogma.
Dentro questa logica, il Venezuela chavista diventa intollerabile. Non tanto perché socialista, quanto perché rappresenta l’esatto contrario della teologia di Peale. Uno Stato che fallisce apertamente, che normalizza la scarsità, che trasforma il disastro in virtù narrativa. Il chavismo pratica una magia diversa e contraria: non promette vittoria, promette resistenza; non nega il fallimento, lo santifica. Sopravvive nella rovina e ne fa identità. Per il pensiero positivo magico simbolico questo è un crimine. Un sistema che continua a esistere pur perdendo, il dogma fondamentale secondo cui chi crede abbastanza, vince.
L’attacco al Venezuela non è solo geopolitica. È un atto di purificazione narrativa. Un sacrificio. Trump deve dimostrare che il fallimento non è sostenibile, che la scarsità non può diventare valore, che la realtà presenta sempre il conto. Il Venezuela diventa il capro espiatorio globale: la prova pubblica che perdere non è un’opzione accettabile, che chi insiste nel disastro va isolato, punito, spezzato, il Venezuela é la realizzazione di un meme cosmico per Trump.
Norman Vincent Peale non ha mai parlato di Venezuela, ma ha insegnato a una generazione di leader americani che perdere è immorale, che esaltare la dipendenza parassita non serve. Trump applica questa lezione alla politica estera: non per esportare la democrazia, ma per difendere la religione del successo a tutti i costi. Non è solo guerra economica. È teologia applicata. E il Venezuela è stato il bersaglio ideale di quello che nella Silicon Valley è la magia del Caos. (riproduzione riservata)
*scrittore, artista e responsabile informazione Officine Bellotti a Palermo