«Fermarsi e sedersi sui risultati raggiunti? Mai. L’ impresa è come la selvaggina, se non corre viene abbattuta». Plinio Vanini, classe 1963, riassume così con MF-Milano Finanza la sua filosofia aziendale, la stessa che ha portato Autotorino a diventare il più grande concessionario automobilistico italiano, con un fatturato di 2,68 miliardi di euro, più di 3mila collaboratori, 70 sedi tra Lombardia, Emilia-Romagna, Piemonte, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, e una a Varsavia, in Polonia.
Applicata anche al nuovo piano industriale, la filosofia del presidente Vanini libera risorse per 70 milioni di euro nei prossimi tre anni: circa 50 milioni per gli interventi sulle sedi, ristrutturazioni e ampliamenti, gli altri 20 milioni per la parte tecnologica e la digitalizzazione delle piattaforme virtuali, come Autotorino Evolution Advisor, lo strumento digitale pensato per aiutare i clienti a orientarsi nella transizione della mobilità, dal punto di vista tecnico e pratico, fino alla scelta. «Dobbiamo presidiare entrambe le anime del nostro modo di fare impresa: quello più tradizionale, il contatto fisico con i clienti, e il mondo virtuale. L’uno senza l’altro non può più esistere». Gli investimenti, nel frattempo, sono stati rivisti al rialzo. «Proprio nei prossimi giorni», anticipa Vanini, «il cda delibererà un investimento di circa 26 milioni di euro per coprire l’acquisto dell’immobile che Autotorino ha comprato da Risanamento a Milano».
Ostinatamente lontano dalla tentazione di quotarsi, Autotorino preferisce reinvestire piuttosto che aumentare la distribuzione degli utili. «Non rincorriamo la crescita fine a sé stessa, ma vogliamo restare vitali, capaci di generare valore nel tempo», precisa Vanini. «Il gruppo ha appena compiuto 60 anni, e per i primi 50 non abbiamo distribuito utili. Negli ultimi dieci sì, ma siamo sempre rimasti sotto il 30%. I soldi che abbiamo guadagnato sono sempre rimasti in azienda ed è questo il motivo per il quale siamo cresciuti».
In parallelo, continua a crescere anche la gamma dei marchi offerti alla clientela. A oggi sono nove le partnership consolidate con i gruppi dell’automotive. Tra le new entry c’è Xpeng, gruppo cinese che punta su veicoli elettrici basati sull’intelligenza artificiale. Dopo i 15 Paesi europei dov’è già presente, fa ora il suo ingresso nel mercato italiano.
«Abbiamo scelto Xpeng dopo un lungo scouting perché lo riteniamo un marchio evoluto, innovativo, capace di stimolare l’offerta», spiega Vanini. «L’ingresso del brand cinese nel portafoglio del gruppo non è una scelta dettata dalle mode del momento, ma un’alleanza industriale. Xpeng ha una visione d’insieme sul prodotto, sul software, sulla guida assistita. Oggi l’innovazione si fa così: non bastano più solo i cavalli motore», commenta il presidente.
L’altro è Kgm, marchio coreano specializzato nel settore Suv, al debutto in 26 delle circa 70 sedi di Autotorino, con una gamma di propulsori benzina, diesel, elettrici e, a breve, full-hybrid e Gpl. Kgm è tra i 27 nuovi marchi automobilistici che, secondo un recente studio Quintegia, sono arrivati o arriveranno in Italia entro il 2027. Al momento, quelli già presenti registrano una quota del 6% sul mercato italiano e continuano a raccogliere favore crescente tra gli acquirenti (la quota nel 2024 era pari al 3,7% dallo 0,4% del 2021). Sempre secondo la ricerca, il 44% degli automobilisti è pronto a includere i marchi emergenti nelle proprie valutazioni d’acquisto di un’auto nuova.
Coerente con la sua strategia, Autotorino sceglie perciò la neutralità tecnologica nella battaglia elettrico-endotermico in corso a Bruxelles. «Non è l’elettrico a dover essere imposto, è il cliente a decidere. Questo è anche il punto che ha sempre tenuto Federauto, di cui siamo associati, fin da tempi non sospetti. Poi ovviamente, come azienda commerciale dobbiamo essere pronti con tutte le soluzioni, senza preconcetti», sottolinea Vanini. «La tecnologia è interessante, continuerà a migliorare, ma il cliente finale non va educato, va rispettato. Il rischio, altrimenti, è alimentare uno scollamento tra offerta e domanda».
Sulle indicazioni arrivate dalla Commissione Europea, però, il giudizio è netto. «La scelta di andare in via esclusiva su un solo tipo di tecnologia allo stato dell'arte si è dimostrata molto pericolosa e suicida, nel senso che un conto è fare ragionamenti che possono anche essere sani sulla carta, ma poi la pianificazione deve confrontarsi con la realtà», commenta Vanini. «La risposta l’ha data il mercato. In Italia nel 2024 c'era un 4% di clienti che acquistavano elettrico, in questi mesi siamo andati un pochino oltre il 5%. Farei attenzione perciò a parlare con enfasi di boom dell’ elettrico. Una crescita del 30% può sembrare eclatante, ma è poca cosa se si parte da numeri così bassi: il doppio di uno è due». (riproduzione riservata)