Martedì Unicredit ha sorpreso il mercato ritirando l’ops su Banco Bpm. Un passo indietro inatteso, che segna un brusco stop in una delle operazioni più rilevanti del risiko bancario italiano. Alla base della decisione, secondo Piazza Gae Aulenti, ci sono i paletti imposti dal governo con il golden power, considerati eccessivamente restrittivi per portare avanti l’operazione.
Se sul mercato l’offerta è ormai tramontata, per la Commissione il caso è tutt’altro che chiuso. La DgComp aveva approvato l’operazione dopo aver imposto a Unicredit la cessione di 209 filiali di Bpm. A metà luglio, però, l'Antitrust Ue guidato dalla vicepresidente esecutiva Teresa Ribera ha inviato a Palazzo Chigi una lettera per chiedere chiarimenti proprio sull’uso del golden power.
Ora attende la replica dal governo nonostante la ritirata di Andrea Orcel. «Prendiamo atto della decisione di Unicredit, ma il decreto è ancora sul tavolo e quindi anche la nostra lettera», dichiara il portavoce Thomas Reigner. «Il confronto con le autorità italiane resta aperto e ci aspettiamo una risposta».
La Dg Comp vuole capire se sia stato l’intervento del governo a far naufragare l’offerta, cosa che chiederà anche a Unicredit. In caso affermativo potrebbe emergere una violazione del regolamento sulle concentrazioni, che aprirebbe la strada a una procedura d’infrazione contro l’Italia.
L’Antitrust Ue continua a nutrire dubbi sull’esistenza di questioni di sicurezza nazionale perché l’ops coinvolge due società italiane, non extra-europee. Ecco perché Ribera vuole conoscere il parere del governo, che dopo la ritirata di Orcel non è convinto di dover rispondere e sta analizzando la questione dal punto di vista tecnico.
A Palazzo Chigi il golden power viene ancora considerato uno strumento prezioso e determinante e potrebbe essere utilizzato in altre partite finanziarie, a partire da quelle che a breve potrebbero coinvolgere Generali e la sua controllata Banca Generali. La DgComp aveva concesso al governo 20 giorni lavorativi, quindi entro l’11 di agosto. Poi scioglierà la riserva, comunque non prima della pausa estiva.
Se sarà riscontrata una violazione delle leggi europee il caso potrebbe finire davanti alla Corte di Giustizia dell’Ue, che ha il potere di sanzionare gli Stati membri. Altrimenti, spiega una fonte comunitaria, «i governi potrebbero fermare a proprio piacimento le operazioni di mercato senza subire conseguenze».
Ma la DgComp non è l’unica ad aver aperto un dialogo con Palazzo Chigi. Prima ancora si era mossa la Dg Servizi Finanziari (Fisma), che aveva incardinato la procedura Eu Pilot. L’obiettivo in questo caso è verificare la compatibilità dell’intera normativa italiana sul golden power con il diritto comunitario.
Il processo prevede uno scambio di informazioni tra Commissione e Stato membro e dura in media nove mesi, senza scadenze prestabilite. Si dovrà attendere il 2026, quindi, per conoscere l’opinione della commissaria Maria Luís Albuquerque. Ma anche stavolta si prospetta una procedura d’infrazione, già avviata contro la Spagna per i vincoli imposti a Bbva su Sabadel.
Dall’esecutivo non arrivano commenti ma il dossier viene seguito con attenzione. Fonti di governo sottolineano come la Commissione sia solo parte davanti alla Corte di Giustizia, la cui giurisprudenza è lontana dagli orientamenti di Bruxelles.
Anche Unicredit starebbe osservando l’evoluzione della partita. Orcel ha dichiarato a Class Cnbc che «niente è mai chiuso. Valutiamo tutto e guardiamo a tutto». Parole suonate, a molti osservatori, come una porta lasciata socchiusa. (riproduzione riservata)