Unicredit, il divorzio da Amundi un assist per Azimut. Ecco cosa può succedere all’alleanza tra la banca e la sgr
Il possibile stop all’alleanza con Parigi apre scenari inediti per Unicredit e Azimut. Equita vede in Nova il fulcro della strategia di Orcel
Il conto alla rovescia per il divorzio di Unicredit da Amundi è partito e Azimut potrebbe beneficiarne non poco. Entro il 2027 l’istituto guidato da Andrea Orcel dovrebbe interrompere la partnership con il colosso francese del risparmio gestito. A cambiare non sarà solo un contratto ma la strategia complessiva della banca, sempre più orientata a valorizzare internamente le attività ad alta componente commissionale, a partire dall’asset management.
In questo scenario Azimut potrebbe trovarsi nel posto giusto al momento giusto. La partnership Nova, annunciata a fine 2022 tra Unicredit e l’asset manager di Pietro Giuliani, sembra destinata a diventare il canale privilegiato della banca per la distribuzione di prodotti di risparmio gestito.
In un report pubblicato ieri Equita sottolinea che «l’eventuale cessazione della partnership con Amundi potrebbe favorire un’accelerazione della raccolta di Nova, su cui Unicredit detiene una call option per l’acquisizione dell’80% entro il 2028 (senza ulteriori esborsi) e del 100% entro il 2033». Piazza Gae Aulenti, ricordano gli analisti, ha registrato «flussi lordi di attivi gestiti superiori a 70 miliardi negli ultimi 12 mesi, oltre 14 miliardi per trimestre».
Numeri che fanno intravedere margini di crescita significativi per il gruppo di Giuliani. «Adottando un approccio prudente sull’evoluzione dei flussi lordi di Unicredit e ipotizzando per Azimut una quota di mercato compresa tra il 12,5% e il 15% dei flussi lordi in Italia – spiega Equita – stimiamo che Nova contribuisca agli afflussi di Azimut per 5,2 miliardi nel 2026, 6 miliardi nel 2027 e 6,4 miliardi nel 2028, raggiungendo uno stock di circa 25 miliardi a fine 2028 e di 54 miliardi al 2032».
Per la sgr il valore dell’accordo è stimato in 2,1 euro per azione per l’asset manager che oggi quota a 34,23 euro. In caso di aumento della quota di mercato del 25–30%, «l’impatto sulla valutazione sarebbe positivo per ulteriori 1–1,4 per azione», conclude il report di Equita.
L’idea di una nuova alleanza estera resta sul tavolo, ma sembra poco coerente con la strategia di Orcel. Martedì 28, il ceo di Bnp Paribas, Jean-Laurent Bonnafé, ha aperto a possibili partnership («Siamo aperti a qualsiasi tipo di alleanza con qualsiasi tipo di piattaforme», ha detto il banchiere). Tuttavia, un nuovo accordo con un gruppo francese apparirebbe contraddittorio rispetto alla volontà di riportare il baricentro del gruppo in Italia. Per questo alcuni analisti ipotizzano un possibile asse con Generali, di cui Unicredit resta azionista attraverso azioni e derivati. L’ipotesi è ancora prematura, ma coerente con la logica di integrazione tra banca e assicurazione che caratterizza le strategie più recenti del settore.
Anche Amundi dovrà rivedere il proprio posizionamento. L’Italia è il secondo mercato per il gruppo francese dopo la Francia, con oltre 360 dipendenti e un presidio rafforzato dall’acquisizione di Pioneer nel 2017. La perdita di Unicredit rappresenterebbe un colpo importante, difficilmente compensabile nel breve termine. Si è speculato su possibili acquisizioni per mantenere la scala operativa nel Paese — tra le ipotesi era circolato anche il nome di Anima — ma finora nessun dossier ha preso forma. Il divorzio con Unicredit, se confermato, rischia insomma di ridisegnare in profondità gli equilibri del risparmio gestito italiano. (riproduzione riservata)