Un anno dopo il blitz tedesco la scommessa di Andrea Orcel su Commerzbank ha già fruttato un ritorno a doppia cifra per Unicredit. Dall’11 settembre dello scorso anno, quando il gruppo di piazza Gae Aulenti annunciò l’ingresso nell’istituto di Francoforte con una quota del 9% pagata 1,5 miliardi di euro, il titolo Commerzbank è balzato da 14 a 33 euro. Sommando il capital gain potenziale e lo stacco di dividendi per circa 70 milioni, il ritorno dell’investimento per la banca è stato sinora del 20%.
Dopo il blitz iniziale Orcel ha rafforzato la posizione: prima attraverso derivati che hanno portato la quota potenziale al 28% a dicembre, poi con la conversione graduale di parte di questa partecipazione in equity, che nel corso dell’estate ha portato Unicredit al 26% di Commerzbank.
A questo punto il rendimento potrebbe anche salire. Se il gruppo italiano decidesse di convertire l’intera posizione e se il gruppo tedesco mantenesse gli impegni di distribuzione di utili - payout del 100% su profitti attesi per 2,8 miliardi quest’anno - a Unicredit arriverebbe nel 2026 una maxi-cedola da 748 milioni. Una prospettiva che aumenterebbe ulteriormente il ritorno del deal, specie se il titolo continuasse ad apprezzarsi.
L’operazione peraltro non ha portato benefici solo agli azionisti italiani. Per rispondere alla scalata Commerzbank, sotto la nuova guida di Bettina Orlopp, ha presentato un piano industriale che prevede ricavi per 13,3 miliardi e un utile netto in crescita a 3,6 miliardi, rispetto ai 2,4 miliardi previsti per il 2024, con una redditività del 27% sui ricavi. Francoforte punta inoltre a un ritorno del 12,3% sul capitale e a una politica di remunerazione più generosa, con un buyback per un miliardo.
Questi obiettivi riflettono un cambio di passo significativo per un istituto storicamente considerata più lenta nel contenimento dei costi e nel rafforzamento della redditività rispetto ai competitor europei. «Oggi Commerz gioca in una lega diversa rispetto a qualche anno fa», ha dichiarato a Reuters Andreas Thomae, esperto di corporate governance di Deka, uno dei principali soci istituzionali dell’istituto.
Il cambiamento in corso si riflette anche nella valutazione: il multiplo prezzo/patrimonio, fermo a 0,6 volte al momento dell’ingresso di Unicredit, è salito a 1,3 volte dopo un picco di 1,5 ad agosto. Si tratta di un livello che mette Commerzbank in linea con i principali gruppi continentali e la avvicina a Piazza Gae Aulenti. Resta però ancora un divario operativo. I costi di Commerz rappresentano il 56% dei ricavi, mentre nella controllata tedesca di Unicredit, Hvb, sono scesi al 37% contro il 61% di fine 2020.
Se il blitz di Unicredit ha avuto effetti benefici sul titolo e sul bilancio di Commerz, le resistenze alla scalata rimangono forti. Dopo la conversione dell’ultima tranche Berlino ha invitato Unicredit a rinunciare ai propositi di acquisizione. «Ci aspettiamo che abbandoni il tentativo di scalata. Continuiamo a sostenere una Commerzbank indipendente, che ha dimostrato di poter avere successo anche da sola», ha tagliato corto il ministro tedesco delle Finanze Lars Klingbei.
Orcel, però, è determinato a portare avanti il progetto. «Dal mio punto di vista entro fine anno potremmo arrivare al 30% di Commerz», ha dichiarato in una recente intervista, aggiungendo di non escludere un’offerta pubblica anche contro il parere dell’esecutivo tedesco: «se ci sarà un'offerta pubblica di acquisto o meno lo decideranno gli azionisti». La quota nel gruppo di Francoforte insomma potrebbe non restare a lungo una partecipazione puramente finanziaria per Unicredit, aprendo nuovi scenario per il consolidamento bancario europeo. (riproduzione riservata)