Dopo una lunga carriera di investment banker Andrea Orcel considera ancora molto difficile gestire l’opa su una banca. Non ne aveva fatto mistero in un’intervista concessa nel maggio scorso a MF-Milano Finanza.
In quella lunga chiacchierata il ceo di Unicredit aveva evidenziato tutti i problemi posti da un’aggregazione tra istituti di credito. «Si parla molto di m&a, ma in pochi ne comprendono la complessità. Lanciare un’opa oggi è molto difficile, soprattutto in un mercato volatile come quello bancario dove le valutazioni non si sono ancora né stabilizzate né allineate alle vere performance relative delle singole banche», spiegava Orcel nell’intervista.
Il numero uno di Unicredit entrava poi nel vivo a raccontare le criticità che avrebbe incontrato un ceo: «Nei sei-nove mesi dopo l’annuncio di un’offerta pubblica può succedere di tutto. Se le azioni salgono, il mercato si aspetta un rialzo. Se scendono, il prezzo offerto viene mantenuto ed è a quel punto eccessivo. In ogni caso la banca promotrice, il board e il ceo devono gestire grandi pressioni e scelte tutt’altro che semplici».
Parole che oggi suonano quasi profetiche, visto che descrivono molto bene la situazione in cui si trova Unicredit dopo l’ops su Banco Bpm. Il mercato chiede una generosa correzione del prezzo, anche in contanti.
Che cosa si fa in quei casi? «La cosa più difficile in queste situazioni è saper dire di no. Pochi ceo hanno il coraggio e la lucidità di farlo, preservando così le risorse degli azionisti da investimenti sbagliati. Altre volte prevalgono fattori psicologici o condizionamenti esterni che spingono il ceo ad accettare condizioni sconvenienti, con effetti negativi per l’istituto, le sue persone, i suoi clienti e i suoi investitori». Orcel dixit. (riproduzione riservata)