Il blitz di Unicredit su Banco Bpm ha dato una scossa alla borsa italiana e ai palazzi del potere. L’ops da 10,1 miliardi lanciata lunedì 25 novembre da Andrea Orcel è stata salutata positivamente dal mercato ma ha suscitato una brusca levata di scudi da parte di piazza Meda e, soprattutto, del governo Meloni. Al punto che il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è arrivato a minacciare l’utilizzo del Golden Power per bloccare un’operazione «non concordata».
A piazza Gae Aulenti si cerca di ridimensionare l’avvertimento lanciato dall’esecutivo («è difficile provare che Unicredit non sia italiana», spiegano fonti vicine alla banca) e la stima di seimila esuberi per l’integrazione fatta dal Banco viene contestata («congetture», commentava giovedì 28 un portavoce). Ma che, nelle prossime settimane, l’esito del deal dipenderà dai dialoghi con Roma è un punto fermo. E la cosa non stupisce. L’ascesa dei sovranismi nella politica europea ed americana ha messo alle strette la globalizzazione e il libero mercato e oggi i governi danno le carte ai banchieri. Questa è la cifra distintiva della nuova ondata di consolidamento partita nella finanza internazionale.
La fame di m&a tra banche è iniziata da qualche mese. La discesa dei tassi ha imposto ai grandi di gruppi di rivedere le strategie. Per sostenere i ricavi e quindi i titoli quotati gli interessi sul credito non bastano più. Servono nuovi clienti oppure commissioni generate da business alternativi, a partire dalla gestione del risparmio che solo nell’Unione Europea vale 22 mila miliardi di euro, più del pil dell’intera area.
La prima mossa è stata fatta in Spagna con l’opa da 12 miliardi di Bbva su Sabadell, ferma da sei mesi ai nastri di partenza per le forti resistenze di Madrid. Poi si è mosso il governo tedesco consegnando al buio (questa la controversa versione di Berlino) il 4,5% di Commerzbank a Unicredit.
Anche questa partita è finita nelle sabbie mobili della politica tra l’ostilità del governo uscente e l’incognita del nuovo esecutivo che si insedierà dopo le elezioni anticipate di febbraio. I potenti sedici stati regionali del Paese si sono appena espressi congiuntamente contro l'acquisizione di Commerzbank e hanno esortato Berlino a «utilizzare attivamente la propria influenza per garantire che le istituzioni creditizie tedesche continuino a rimanere indipendenti».
Minori difficoltà hanno incontrato due operazioni di sistema: l’acquisizione da 5,1 miliardi di Axa Investment Management da parte di Bnp Paribas e l’opa da 1,58 miliardi lanciata da Banco Bpm su Anima. Entrambi i deal rispondono a comuni logiche finanziarie e strategiche: da un lato sfruttare i benefici del nuovo Danish Compromise per diversificare i ricavi bancari; dall’altro lato mettere il risparmio nazionale al sicuro dagli stranieri, consolidandolo in grandi gruppi finanziari.
Che le fabbriche del gestito saranno al centro della nuova ondata di m&a è confermato anche da altre due operazioni su cui oggi si specula: l’acquisto dell’asset management di Allianz da parte di Amundi (il braccio armato del Crédit Agricole nel risparmio) e la possibile partnership tra Generali e Natixis.
Non solo. Nelle banche d’affari si sostiene che, attraverso l’ops sul Banco, Unicredit abbia messo nel mirino soprattutto i 200 miliardi di attivi gestiti da Anima e il loro ricco flusso commissionale. Con la cessione da 3,5 miliardi di Pioneer ai francesi di Amundi nel 2016, piazza Gae Aulenti si era privata di una fabbrica particolarmente preziosa per diversificare i ricavi. Sotto la sua gestione Orcel ha cercato di colmare il gap valorizzando i business ad alto contenuto commissionale, ma solo un’operazione straordinaria potrà fare la differenza. E ora il blitz su piazza Meda può risolvere il problema.
L’ops non piace a Palazzo Chigi per più di una ragione. La magra offerta di Unicredit (il premio è di appena lo 0,5%) è piombata su un istituto storicamente vicino alla Lega. Ma soprattutto la mossa di Orcel ha scombinato i piani del governo sul Montepaschi e sul terzo polo del credito.
All’inizio di novembre la privatizzazione ha rimescolato l’azionariato della banca senese con l’ingresso di Banco (5%), Anima (4%), Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin (3,5% a testa). La cordata italiana ha stabilizzato la governance mettendola al sicuro da incursioni straniere e da partner non allineati con l’esecutivo come Unipol e aprendo la strada a una plausibile integrazione tra Banco e Montepaschi, con Anima come fabbrica comune nel risparmio gestito.
L'ops di Unicredit rischia di spazzare via quell'operazione e una risposta politica è attesa da molti. Quale? La pistola messa sul tavolo è il Golden Power che però appare come un’arma spuntata. Palazzo Chigi potrebbe chiedere a Orcel garanzie sul mantenimento in Italia della sede legale e dell'headquarter post fusione, sui livelli occupazionali, sull'impiego del risparmio raccolto in Italia e sulla proiezione del nuovo istituto. Difficilmente però tutto questo si tradurrà in uno stop all’operazione.
In alternativa il governo potrebbe mettere in campo una mossa in chiave difensiva. Circola per esempio l’ipotesi di una fusione tra Banco e Mps che, se approvata dalle due assemblee straordinarie e dalla Bce, consentirebbe di bloccare Unicredit e di blindare il progetto del terzo polo. L’opzione però viene giudicata molto complessa anche perché, nel frattempo, Orcel potrebbe giocare la carta del rilancio.
Mettendo sul piatto un premio compreso tra il 20 e il 30% con una componente cash, il banchiere allineerebbe l’offerta alle aspettative di mercato e avrebbe buone probabilità di ammorbidire la posizione dei soci Banco Bpm. Con Crédit Agricole poi Orcel potrebbe poi muovere altre leve oltre a quella del prezzo, mettendo sul piatto un rinnovo della partnership in scadenza nel 2027 con Amundi o un consistente pacchetto di filiali, come nel 2020 Intesa Sanpaolo fece con Bper.
Un’ulteriore merce di scambio, come anticipato venerdì 29 da MF-Milano Finanza, può infine essere il Montepaschi su cui «non c'è nessuna ambizione» da parte di Unicredit, come ha assicurato Orcel durante la presentazione agli analisti. Impegnandosi a consegnare a soggetti graditi al governo il 9% oggi detenuto da Banco e Anima, piazza Gae Aulenti consentirebbe alla banca senese di portare avanti una strategia stand alone sotto l’egida del Tesoro e di riaprire il cantiere del terzo polo.
Dopo il lancio dell’ops insomma le strategie possibili per Orcel sono diverse, ma passano tutte attraverso un confronto con il governo che condizionerà l’esito dell’operazione. Banco Bpm non è peraltro l’unica partita finanziaria nel radar di Palazzo Chigi che, negli ultimi giorni, ha messo sotto la lente la possibile alleanza tra Generali e Natixis nel risparmio gestito a cui il Leone di Trieste apporterà 840 miliardi di asset complessivi. C’è chi scommette che, anche il quel caso, Roma vorrà dire la sua. (riproduzione riservata)