Lunedì 30 settembre: «Perché quando c’è un soggetto italiano che compra in Germania è un atto stile e quando arrivano i francesi in Italia è un atto di fraternità?». Lunedì 25 novembre: «Unicredit ormai di italiano ha poco e niente, è una banca straniera. A me sta a cuore che Bpm e Mps, soggetti italiani che potrebbero creare il terzo polo, non vengano messi in difficoltà».
A parlare a distanza di due mesi delle grandi operazioni che il sistema bancario italiano sta vivendo, ovvero la scalata di Unicredit a Commerzbank e poi a Banco Bpm, è sempre il leader della Lega e vicepremier Matteo Salvini. Perché ha cambiato idea così rapidamente sulle mosse del ceo Andrea Orcel?
Perché nel frattempo è avvenuto un fatto rilevante nel settore, orchestrato dal governo di centrodestra, come la privatizzazione del Montepaschi attraverso un nucleo di investitori rappresentato da Banco Bpm, Anima (la sgr a sua volta sotto opa della banca guidata da Giuseppe Castagna), Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, che insieme hanno acquistato il 15% messo in vendita dal Tesoro.
Un’operazione benedetta dal ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, anch’egli esponente della Lega, perché coagula un nucleo di azionisti italiani attorno al Monte con un socio industriale come l’istituto lombardo guidato da Giuseppe Castagna e pone le basi per la creazione del terzo polo bancario a trazione centrodestra attraverso l’integrazione tra i due istituti e con il supporto del Tesoro, che di Siena ha ancora l’11% senza più le mani legate dalle regole Ue sugli aiuti di Stato.
Leggi anche: Unicredit-Banco Bpm, Giuseppe Castagna prepara l’arrocco. Allo studio un’assemblea straordinaria per difendersi dall’ops
Orcel ha scompaginato questi piani, se tali già erano, e ha rimesso in discussione lo scenario politico. Per questo Giorgetti ha criticato l’operazione su Banco Bpm come «non concordata». Da qui le barricate contro Unicredit e la minaccia del ricorso al golden power.
Solo che dal fronte di piazza Gae Aulenti la minaccia suona come uno spauracchio, che fa rumore ma non può fare male. Perché - sostiene chi è vicino al dossier - non ci sarebbero margini né per fermare l’acquisizione in sé - è difficile provare che Unicredit non sia italiana - né per porre paletti operativi tali da far cambiare volto all’operazione. Né ci sono rischi per la sicurezza nazionale, che - come ha ricordato il numero uno di Intesa Sanpaolo Carlo Messina - sono quelli che devono far scattare una norma tanto invasiva.
Orcel per esempio non ha mai detto di avere in programma di spostare all’estero la sede o il quartier generale di Unicredit; anzi, comprando Banco Bpm ne rafforza il radicamento italiano in vista dell’espansione in Germania con Commerzbank. Se mai andrà avanti con la scalata, anche lì resa difficile dall’opposizione del governo e dei partiti già in campagna elettorale.
Ma con la politica e il governo bisogna fare i conti. Così sottotraccia è cominciata un’azione di lobbying da parte di Unicredit per spiegare le proprie ragioni a esecutivo e maggioranza. E per trovare un punto di caduta, che molti in quel fronte individuano in Mps, su cui «non c’è nessuna ambizione» da parte di Unicredit, come ha assicurato Orcel.
Se Unicredit conquisterà davvero Banco Bpm, che fine farà il Monte dei Paschi di Siena? Resterà indipendente, è la previsione che circola tra banchieri d’affari ed esperti del mercato. Siena è ormai una public company con un nucleo forte rappresentato dai nuovi azionisti privati - peraltro presenti anche in Mediobanca e Generali (Delfin lo è anche in Unicredit) - e Anima come socio industriale.
E c’è dentro con l’11% il Tesoro, che può mantenere la quota senza incorrere più nei rigori di Bruxelles per puntellare tentativi di aggressione. Siena potrebbe in teoria perfino assorbire parte delle filiali che risulterebbero in esubero da Unicredit-Bpm. Ci sarà poi da gestire una nuova transizione della banca senese, stavolta come soggetto privato, e con il Tesoro ancora una volta a dare le carte. E questo alla Lega potrebbe bastare, sperano dal fronte dell’ops. (riproduzione riservata)