Indipendente dal 2001, Andrea Unger è stato il primo trader della storia a conquistare per tre anni di fila la World Cup Championship of Futures Trading organizzata da Robbins Trading Company, la coppa del mondo del tol. Lo ha fatto inanellando guadagni a tre cifre: nel 2008, con una performance del 672%, successo poi replicato nei due anni successivi con rivalutazioni del 115% e del 240%. Nel 2012 si è infine imposto al medesimo campionato, organizzato sul quarto trimestre, con una performance dell’82%. Ha poi fondato la Unger Academy con cui oggi insegna il metodo che porta il suo nome a chi vuole cimentarsi con i mercati.
In una conversazione con Milano Finanza, Unger sconfessa la tesi in base a cui la volatilità si rivela sempre il miglior alleato di un trader (Trump docet) e spiega quali errori deve evitare chi è alle prime armi.
Domanda. Negli ultimi giorni le tensioni geopolitiche e commerciali hanno innescato picchi di volatilità sui mercati. Terreno fertile per i trader.
Risposta. Ricordo come i tweet di Donald Trump durante il suo primo mandato facessero muovere all’improvviso i mercati: se la volatilità è spesso una valida alleata dei trader sistematici, in quei casi non si rivelò tale, poiché i movimenti che si vedevano erano del tutto erratici e fuori da qualsiasi logica. Oggi la storia si ripete: ancora una volta con Trump e questa volta con la guerra commerciale in corso a suon di decisioni sui dazi. Purtroppo i movimenti che ne scaturiscono, spesso violenti, non offrono reali opportunità per i sistemi, trattandosi di sparate avulse dal contesto generale. Al tempo stesso, queste settimane possono rivelarsi una formidabile palestra.
D. In che senso?
R. Ritengo che un periodo come quello a cui stiamo assistendo sia eccellente per consentire a un principiante di studiare la materia e far crescere le proprie competenze sul campo. A patto di attendere poi un periodo di maggior tranquillità macroeconomica per testare i mercati con soldi reali.
D. Quanto deve investire chi punta a fare del trading la propria professione?
R. La cifra è molto variabile considerate le tante possibilità che il mercato offre. Una buona infrastruttura con tutti i sacri crismi e un supporto dedicato da parte di qualcuno che ci sia già passato, difficilmente scende sotto i 5.000 euro. Solitamente si tende ad apprezzare l’importanza di una corretta formazione solo dopo aver iniziato e averla toccata con mano. Col tempo si è portati a educarsi sempre di più e quindi si investe sulla propria formazione anche una volta raggiunti buoni livelli. Io stesso, ancora oggi, se trovo un argomento interessante offerto da qualche formatore che stimo, non ho problemi a investire per imparare qualcosa di nuovo che possa fornirmi spunti per sviluppare il mio trading in altre direzioni.
D. Qual è l’errore più comune in cui rischia di imbattersi chi fa trading?
R. Spesso si tende a rimanere troppo tempo in una posizione in perdita, nella speranza di un recupero, per poi chiuderla appena si torna in pari. Altre posizioni che vanno subito in guadagno, in genere vengono chiuse troppo in fretta per paura di perdere i guadagni acquisiti. A livello psicologico il trader rischia di non accettare una perdita e mantenere aperta una posizione sperando che torni in pari, chiudendo anzitempo posizioni in guadagno per non rischiare di vanificarlo. «Vendi, guadagna e pentiti» è un motto ispirato proprio a quest’ultima situazione, per giustificare un’operazione spesso avventata nei tempi.
D. Con che perdita potenziale consiglierebbe di liquidare una posizione che non sta dando i frutti sperati?
R. Le posizioni vengono definite su base statistica. Per questo, per quanto mi riguarda, stabilisco a priori quanto sono disposto a perdere di volta in volta. Questo valore in genere è una frazione che può attestarsi tra l’1%, 1,5%, massimo il 2% del mio capitale. In ogni caso si tratta di cifre che tengono conto delle altre posizioni diversificate, aperte in contemporanea. Il punto di uscita, nel caso l’operazione non andasse nella direzione sperata, è predefinito e anche questo in genere si basa su valutazioni legate al tipo di titolo che si sta utilizzando. (riproduzione riservata)