Mentre nell'Unione si comincia a riflettere sul welfare e sulle possibili conseguenze sui bilanci pubblici delle spese per la sicurezza e la difesa (melius: riarmo), il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto di concordare con l'esigenza rappresentata dal presidente dell’Abi Antonio Patuelli di cogliere questa fase per ritornare sul Mes (Meccanismo Europeo di Stabilità), proporne una riforma e rilanciarlo.
Come noto, il Mes è il successore del Fondo Europeo di Stabilità, al quale non si fece ricorso, nel 2012, pur in una situazione di difficoltà di alcune aree del settore bancario, per il timore dello stigma, che non fu, invece, temuto dalla Spagna la quale utilizzò risorse del Fondo in questione e ciò diede un contributo al risanamento e alla ripresa delle banche. Il seguito è noto.
L'Italia è il solo Paese che non ha voluto ratificare la riforma del relativo Trattato che è incentrata nella funzione di paracadute del Fondo di risoluzione delle banche in difficoltà per l'eventualità che la dotazione di quest'ultimo dovesse risultare inadeguata alle esigenze di intervento. Prima, era stata rifiutata la possibilità di ricorrere al Mes cosiddetto sanitario per fruire di un prestito di complessivi 36 miliardi circa a un tasso di favore.
La contestuale previsione dell'istituzione di una sorveglianza macroprudenziale sui Paesi fruitori e la constatazione che alcune alternative avrebbero potuto offrire un costo del finanziamento addirittura inferiore concorsero al rifiuto. Si discusse poi in parlamento e sui media su quella che avrebbe potuto essere la scelta migliore, ivi compresa l'ipotesi che il governo italiano ratificasse la riforma, ma nel contempo dichiarasse con un atto approvato dalle Camere che si sarebbe avvalso della possibilità di ricorrere al Mes solo con una decisione parlamentare e con un determinato quorum deliberativo.
Tuttavia alla fin fine anche questa ipotesi fu scartata, per la preoccupazione dell'accennata sorveglianza che non si poteva nettamente escludere, e si è rimasti con un Trattato a tutt'oggi improduttivo, mentre di tanto in tanto si rinnovano le pressioni perché l'Italia firmi la ratifica.
In effetti, la situazione attuale è diversa da quella in cui fu varata questa riforma. Come Patuelli ha detto, oggi il Fondo di risoluzione ha una dotazione di 80 miliardi ritenuta adeguata, soprattutto se si considera la vigenza dei fondi di risoluzione nazionali e dei fondi di garanzia dei depositi. Occorre però modificare la configurazione istituzionale del Meccanismo perché diventi un'istituzione dell'Unione, soggetta in pieno al diritto europeo e al controllo parlamentare e, soprattutto, in relazione all'evoluzione in atto, attribuirgli compiti che vedano la stabilità connessa con gli impegni più urgenti e significativi dell'Unione in questa fase.
Sarà difficile l'intesa con i Paesi che hanno sottoscritto la ratifica? È probabile, ma il fatto che ora possa essere in discussione il Mes con attribuzioni di interesse generale dovrebbe sgomberare il campo da vinti e vincitori in questa vicenda. In sostanza, si deve decidere se il Mes debba rimanere su di un binario morto oppure debba essere rivitalizzato e adeguato alle necessità di questa fase. Naturalmente, sono gli organi dell'Unione tenuti a essere propositivi e gli stessi vertici del Meccanismo che non possono rimanere attestati sulla ormai sorpassata configurazione.
Un nuovo Mes può rispondere agli interessi di tutti e costituire anche un passo perché si ponga seriamente mano al completamento dell'Unione Bancaria o, in alternativa, si applichi rigorosamente il principio di sussidiarietà. Non si può continuare a stare in mezzo al guado, come chi non è più e non è ancora. (riproduzione riservata)