L’Unione Europea è a un bivio. È questa la tesi forte al centro di Grande da morire. Quale Europa vogliamo?, il nuovo saggio edito da Il Mulino di Sylvie Goulard, presentato dal ceo di Arca Fondi Ugo Loeser giovedì 4 a Milano presso la sede della Sgr.
L’autrice, già europarlamentare e vicegovernatrice della Banca di Francia, non rinnega la propria convinzione europeista, ma la usa come leva per porre una domanda scomoda: ha senso continuare ad allargare l’Ue, senza prima rafforzarne le fondamenta?
Oggi nove Paesi, tra cui Ucraina, Moldavia, Georgia e i sei dei Balcani occidentali, sono candidati all’ingresso. Ma, si chiede Goulard, come potrà funzionare un’Unione a 36 o 37 membri se ogni Stato conserva il potere di veto e le istituzioni restano inefficaci? «È serio proporre un’Unione così ampia senza prima consolidarla?», domanda l’autrice. «Stiamo promettendo un futuro europeo senza sapere dove stiamo andando, né cosa chiediamo davvero ai cittadini».
Nel saggio, Goulard prende posizione con chiarezza: l’allargamento non è di per sé un errore, ma rischia di diventarlo se non accompagnato da profonde riforme interne. «Bisogna fare interventi radicali per rafforzare l’integrazione. L’alternativa è la disgregazione dell’Europa e l’aumento delle frammentazioni interne», spiega Lorenzo Codogno, Visiting Professor della London School Economics ospite alla presentazione del libro.
Serve creare un’Europa unita che combatta i nazionalismi e promuova lo sviluppo dei singoli Stati: «Nel 2001 la Polonia e l’Ucraina erano Paesi dallo stesso livello economico», spiega Michele Valensise, presidente dell’Istituto Affari Internazionali, già segretario generale del ministero degli Affari Esteri e Ambasciatore d’Italia a Berlino, anch’egli presente all’evento. «Sono passati vent’anni e oggi la Polonia ha una performance pari al doppio dell’Ucraina. Un’Europa coesa serve e fa bene ai Paesi che ne fanno parte».
Il tema centrale, per Goulard, non è solo la geopolitica. È l’identità. Dopo il Trattato di Lisbona, che ha eliminato la parola «comunità» dal linguaggio europeo, l’Unione si è sbilanciata a favore degli Stati, lasciando i cittadini in secondo piano. «Il problema è che si cerca di fare l’Europa, ma non si fanno più gli europei. Così si perdono consenso, entusiasmo, partecipazione». Un rischio, secondo l’autrice, è che l’Ue diventi solo un grande mercato regolato da accordi diplomatici, perdendo la sua natura politica e democratica.
Nel contesto globale segnato dal ritorno di Trump, dalle guerre e dalla frammentazione politica, il libro suona come un appello urgente: l’Europa deve rafforzare sé stessa prima di continuare a espandersi, oppure rischia di diventare, come la rana della favola di Esopo, troppo «grande da morire». (riproduzione riservata)