Gli aiuti dell’Occidente tengono in piedi l’economia ucraina a più di tre anni dall’invasione russa. Anzi fanno anche di più, stando a quanto riferiscono fonti di Ice Agenzia a MF-Milano Finanza: il pil dell’Ucraina è stimato in crescita del 3,6% nel 2024, mentre per l’anno in corso - se le ostilità proseguiranno - le previsioni variano tra +2% e +2,7% (stime rispettivamente della World Bank e del ministero dell’Economia ucraino). Se finalmente si giungerà a una pace e si avvierà dunque la ripresa del Paese, il pil di Kiev dovrebbe balzare al +7% nel 2026. Anche in questo caso la differenza la faranno i capitali esteri.
Se gli aiuti raccolti dall’Ucraina, riporta l’Ukraine Support Tracker dell’Istituto per l’economia mondiale di Kiel, in Germania, sono 360 miliardi di euro (l’Italia ha contribuito con lo 0,1% del suo pil), per la ricostruzione serviranno 500 miliardi entro il 2035, ha calcolato la Banca Mondiale a febbraio.
Come e da chi (tra mondo governativo, organizzazioni internazionali e privati) prendere queste risorse sarà uno dei temi centrali della Conferenza per la Ricostruzione dell’Ucraina che si terrà a Roma domani e venerdì. Non a caso vi parteciperanno 100 delegazioni ufficiali, 40 organizzazioni internazionali ma soprattutto 2.000 imprese, di cui 500 italiane. Tra queste, stando a quanto risulta a MF-Milano Finanza, avranno un proprio stand: Ansaldo, Enel e Snam nonché Sparkle e Webuild. Si spazia poi da Leonardo, Iveco, Elettronica group e Ferrovie dello Stato fino a Deloitte e Kpmg. E ancora Fincantieri che, riferisce a MF-Milano Finanza, è «a disposizione per mettere in sicurezza le infrastrutture critiche (cavi sottomarini, dorsali energetiche, oleodotti) attraverso un sistema di protezione all’avanguardia».
Attualmente però, si legge sul sito Info Mercati Esteri curato dal Maeci, sono circa sessanta le aziende con capitale o interessi italiani attive in Ucraina, metà con una presenza diretta e le altre tramite filiali o uffici di rappresentanza in particolare nell’area di Kiev. Ci sono, tra le altre, Campari, Danieli, Ferrero, Menarini, Inblu, Iveco e Mapei. Scorrendo l’elenco si nota che le società in questione operano soprattutto nei settori tradizionali del Made in Italy - alimentare, tessile, legno, calzature, ceramica e finanza - e, nonostante le difficoltà legate al conflitto, continuano a presidiare il mercato ucraino. D’altronde l’Italia si conferma terzo fornitore dell’Ucraina tra i Paesi dell’Unione Europea e sesto a livello globale, mantenendo le posizioni degli ultimi anni ma registrando tassi di crescita superiori a quelli dei principali competitor europei.
In particolare, gli ultimi dati dell’Ice aggiornati ad aprile 2025 mostrano che le vendite tricolore in Ucraina hanno raggiunto 2,1 miliardi nel 2024, il 21,9% in più sul 2023 nonché in rialzo del 2,17% sul 2019. I prodotti nettamente più comprati dall’Italia sono le armi e le munizioni che segnano infatti un +524,7% sul 2023, sfiorando un valore di 190 milioni di euro. Crescita a doppia cifra anche per i prodotti cosmetici, i profumi e saponi italiani acquistati dagli ucraini: + 58% sul 2023, attestandosi così a 106 milioni. Meno rilevante la crescita in termini percentuali ma molto più significativa la quota in valore per il tabacco: gli ucraini hanno acquistato l’8,8% di prodotti da fumo in più dall’Italia nel corso del 2024. Un settore che è arrivato a pesare 101 miliardi. (riproduzione riservata)