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Andy Jassy, ceo di Amazon
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Non solo Amazon: da Ibm a Klarna, ecco la lunga lista dei licenziamenti per l’AI

di Andrea Pauri
01 novembre 2025, 02:00 Ultimo aggiornamento: 08:45

Dalle 30 mila uscite di Amazon ai tagli di Microsoft, Klarna e IBM, l’intelligenza artificiale è la nuova leva dell’efficienza aziendale. Aumenta la produttività, crollano i posti di lavoro: un futuro perfettamente automatizzato, ma che impiegherà sempre meno persone

Non c’è più bisogno di crisi aziendali, fusioni, pandemie o altre calamità: oggi basta un algoritmo per perdere il lavoro. L’ultima ondata di licenziamenti negli Stati Uniti e in Europa non è frutto di crolli di domanda o bilanci in rosso, ma della nuova parola magica dell’economia: intelligenza artificiale.

Amazon, che di rivoluzioni industriali se ne intende, ha annunciato l’uscita di 30 mila dipendenti, quasi un decimo della forza lavoro corporate, quella dei colletti bianchi. La motivazione ufficiale parla di «ottimizzazione degli organici» e di «efficienza operativa», ma tra le righe si legge un’altra storia: AI e robot sono ormai abbastanza intelligenti, e soprattutto abbastanza economici, da sostituire interi reparti.

Le parole di Andy Jassy

Andy Jassy, l’amministratore delegato di Amazon, lo ha detto senza troppi giri di parole: l’obiettivo è «appiattire la struttura» e «ridurre i costi del personale» grazie agli agenti AI, algoritmi capaci di organizzare ed eseguire in autonomia intere sequenze di operazioni per portare a termine un compito. Insomma, manager digitali che non chiedono promozioni né pause pranzo. «Meno persone per fare alcuni dei lavori di oggi, e più persone che faranno altri lavori», ha spiegato.

Una formula elegante per dire che l’azienda farà di più con meno. Il piano non riguarda i magazzini, ma i livelli gestionali e di coordinamento: quei ruoli che fino a poco tempo fa erano considerati meno a rischio di sostituzione da parte delle macchine.

Il giro di licenziamenti 

E Amazon non è sola. Microsoft, che con l’AI di Copilot e OpenAI gioca praticamente in casa, ha annunciato novemila esuberi, circa il 4% della forza lavoro, per concentrare risorse proprio sull’intelligenza artificiale. Autodesk, il gigante del software per ingegneria e design, ha tagliato 1.350 posti per «accelerare la transizione verso l’AI». Klarna, la fintech svedese del «compra ora, paga dopo», ha ridotto il personale del 40%, spiegando che i chatbot interni ormai gestiscono quello che prima facevano centinaia di impiegati.

CrowdStrike ha tagliato il 5% dei dipendenti parlando di «efficienze generate dagli algoritmi», mentre Ibm, che lavora sui computer autonomi da quando il suo Deep Blue sconfisse il campione di scacchi Kasparov nel 1996, ha già sostituito 200 addetti alle risorse umane con chatbot e prevede di ridurre del 30% i ruoli non a contatto con i clienti entro il 2028. In cima alla classifica dell’automazione resta comunque Amazon, che oltre agli algoritmi impiega decine di migliaia di robot.

Secondo il New York Times, il gruppo è pronto a sostituire mezzo milione di posti di lavoro con macchine, ottenendo risparmi di circa 30 centesimi per ogni pacco spedito. E Morgan Stanley stima che la robotizzazione porterà un beneficio tra i due e i quattro miliardi di dollari sui conti della società entro il 2027. Difficile competere con una forza lavoro che non dorme, non si ammala e non chiede aumenti.

Sale la produttività tra le grandi aziene

Un’analisi di Wells Fargo fotografa la trasformazione: dal lancio di ChatGPT nel novembre del 2022, la produttività (misurata come ricavi reali per dipendente) delle grandi aziende è aumentata del 5,5%, mentre quella delle piccole è crollata del 12,3%. Una divergenza certificata dalla Borsa: nello stesso periodo l’indice delle grandi aziende, l’S&P 500, è salito del 74%, contro il 39% del Russell 2000, che raggruppa le società a minore capitalizzazione. L’intelligenza artificiale, insomma, riduce il personale e amplia il divario tra chi può permettersi di farne un uso massiccio e chi no.

È come una palestra tecnologica: serve capitale, costanza e un buon personal trainer. Chi non ce l’ha resta indietro, con i muscoli e i conti deboli. Nel frattempo, ai dipendenti che restano viene spiegato che «le strutture saranno più piatte», «le competenze più orizzontali» e «le responsabilità condivise».

Parole che suonano bene, finché non si scopre che «piatto» è anche il percorso di carriera visto che, come testimonia Amazon, saranno anche i manager a pagare lo scotto della diffusione dell'intelligenza artificiale agentica nelle aziende.


 

Una nuova fase del capitalismo

Che sia una nuova fase del capitalismo? Organizzazioni senza quadri intermedi, processi automatizzati e, in cima, pochi proprietari del capitale. Almeno finché un giorno l’AI non sostituirà anche loro con una versione più efficiente. Secondo il World economic forum, il 40% delle aziende globali prevede di ridurre i propri organici nei prossimi cinque anni proprio a causa dell’automazione.

È una rivoluzione silenziosa, senza scioperi né manifesti, con grafici perfettamente in ordine: la produttività sale, i costi scendono e gli open space si svuotano. Mai come oggi il lavoro umano è stato così efficiente, e al tempo stesso così sostituibile.

L’intelligenza artificiale promette di liberarci dalle mansioni ripetitive, ma intanto libera le aziende dai dipendenti. E il mondo del lavoro rischia di avere poche persone a supervisionare e tanti algoritmi instancabili all’opera. Un futuro che funziona alla perfezione, ma in cui non c’è più posto per te. (riproduzione riservata)



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