L’accordo sui prezzi dei farmaci annunciato martedì 30 settembre da Pfizer e dall’amministrazione Trump ha scatenato un rally dei titoli farmaceutici che è proseguita anche mercoledì. La domanda è se durerà.
Da gennaio è stato però un anno difficile per i titoli del comparto. L’indice S&P 500 Pharmaceuticals, salito del 4,3% martedì 1 ottobre, risultava in calo del 3,4% dall’inizio dell’anno fino a lunedì, a fronte di un rialzo del 13% dell’S&P 500. Mercoledì l’indice dei farmaceutici è salito poi di un altro 5,5%.
A Wall Street ora si discute su cosa accadrà. «La domanda principale da parte del mercato, di gran lunga, è se i titoli farmaceutici continueranno a salire sulla scia dell’annuncio di ieri», ha scritto Jared Holz, analista di Mizuho, in una nota agli investitori un’ora prima dell’apertura di mercoledì.
Per il momento, la risposta sembra essere sì. Pfizer è salita del 7,2% mercoledì, dopo il +6,8% di martedì. Merck ha guadagnato il 7,9%, anche lei dopo un +6,8% il giorno precedente.
Ma restano molte incertezze sugli accordi che l’amministrazione sta stipulando con le case farmaceutiche. Gli investitori non dovrebbero perdere di vista il quadro generale, che resta tutt’altro che roseo.
Forse l’aspetto più importante è che l’accordo annunciato martedì sembra rappresentare lo scenario migliore per Pfizer, segnalando che altre aziende non hanno troppo da temere.
Trump ha parlato per mesi della sua intenzione di costringere le case farmaceutiche a ridurre i prezzi fino a quelli pagati in altri Paesi ricchi e di imporre forti tariffe sulle importazioni di farmaci. Ma l’intesa con Pfizer sembra allontanare entrambe le preoccupazioni, con un impatto minimo sul business.
Il colosso farmaceutico ha accettato di ridurre i prezzi della maggior parte dei farmaci venduti a Medicaid fino a livelli simili a quelli internazionali, ma si tratta di una concessione limitata dato il suo scarso coinvolgimento in quel mercato. Inoltre venderà i nuovi farmaci allo stesso prezzo negli Stati Uniti e negli altri Paesi ricchi: anche questo probabilmente è un compromesso marginale, poiché può mantenere alti i prezzi statunitensi, fissandoli elevati anche in Europa.
Pfizer venderà anche direttamente ai consumatori attraverso un sito governativo, a prezzi inferiori, ma comunque non al di sotto dei ricavi netti ottenuti nei canali tradizionali: i ricavi quindi non dovrebbero risentirne.
In cambio, l’amministrazione Trump ha concesso alla big pharma tre anni di esenzione da eventuali tariffe specifiche per il settore farmaceutico, a fronte dell’impegno a investire 70 miliardi di dollari in infrastrutture produttive e ricerca e sviluppo negli Stati Uniti.
Trump ha aggiunto che altre case farmaceutiche stanno negoziando intese simili e che ulteriori annunci arriveranno nelle prossime settimane.
Un altro elemento positivo è che i titoli farmaceutici hanno avuto finora performance pessime e quindi hanno margine di recupero prima di tornare ai livelli precedenti alle pressioni di Trump sui prezzi. Le azioni Merck, ad esempio, erano in calo del 9% da gennaio, anche dopo due giorni consecutivi di rialzi. Bristol Myers Squibb era giù del 15%.
Il comparto resta pieno di difficoltà, ma la novità di quest’anno è stata l’attenzione dell’amministrazione Trump a ridurre i prezzi dei farmaci negli Usa. Se questa preoccupazione venisse meno, i titoli potrebbero continuare a salire.
Il problema è che, anche se le sfide politiche si riducono, restano molte difficoltà strutturali: scadenze brevettuali per Pfizer, Bristol e altre; turbolenze nel mercato dei farmaci anti-obesità per Eli Lilly e Novo Nordisk; e negoziati sui prezzi per Medicare, solo per citarne alcune.
Le valutazioni sono basse in tutto il settore e i problemi sono iniziati molto prima della rielezione di Trump nel novembre scorso. Pfizer, secondo Factset, dovrebbe subire un calo dei ricavi del 13,3% entro il 2030 per la scadenza dei brevetti; Merck, invece, si prepara alla fine delle protezioni per Keytruda, il suo blockbuster oncologico che rappresenta circa il 40% dei ricavi.
Molti gruppi farmaceutici affrontano quindi difficoltà di lungo periodo. Gli investitori potrebbero non tornare finché non vedranno prospettive di crescita più solide.
E se per Pfizer lo scenario politico sembra chiarito, potrebbe andare diversamente per altre aziende più esposte a Medicaid. Molta attenzione si è concentrata su Gilead Sciences, che vende gran parte dei suoi farmaci per l’Hiv proprio a Medicaid.
Mentre gli altri titoli farmaceutici sono saliti, Gilead è scesa dell’1,4% martedì, per poi recuperare solo l’1% mercoledì.
Se l’accordo con Pfizer diventasse un modello vincolante per le altre aziende, non sarebbe ideale per tutte le big pharma. Restano quindi molte incertezze: le mosse di Trump sono difficili da prevedere ed è forse troppo presto per il sospiro di sollievo che il settore sanitario sembra aver tirato. (riproduzione riservata)
