Negli ultimi 100 anni i dividendi sono stati una parte fondamentale del rendimento totale del mercato azionario. Ma adesso non lo so più così tanto. Il dividend yield dell’S&P 500, che è intorno all’1,2%, è vicino ai minimi degli ultimi 50 anni, mentre l’Etf Vanguard High Yield Dividend, che include circa 580 titoli con un rendimento medio del 3,9%, ha sottoperformato l’indice di circa quattro punti percentuali nell’ultimo anno e di 16 punti negli ultimi cinque.
Il fondatore di Trivariate Research, Adam Parker, mette la performance in una prospettiva storica: i titoli che non pagano dividendi hanno battuto quelli che li pagano di circa 40 punti percentuali negli ultimi due anni, la peggiore performance relativa degli ultimi 25 anni, eccetto i due anni conclusi nel 2010 e nel 2021.
La ragione non è difficile da comprendere. Le società che pagano poco o nulla – incluse le Magnifiche Sette del tech – sono diventate dominanti sul mercato, mentre i settori con rendimenti storicamente ragionevoli, come healthcare e beni di prima necessità, sono rimasti indietro.
Ci sono però buone notizie per gli investitori orientati al reddito. I fondamentali dei dividendi sono solidi. Quasi il 70% delle società che li pagano li ha aumentati nell’ultimo anno, e solo il 5% li ha tagliati. È in linea con le medie storiche, segnalando poca pressione economica sulle aziende che li pagano.
Inoltre i dividendi dell’S&P 500 sono sulla buona strada per crescere del 5% nel 2025. «I fondamentali dei dividendi restano solidi, sostenuti dalla crescita degli utili attesa a doppia cifra quest’anno e il prossimo, dai bilanci societari sani, da una politica fiscale espansiva e da una politica monetaria in allentamento, oltre che da una forte attività di buyback», afferma lo strategist di J.P. Morgan Brian Kaplan.
Tuttavia, tutto ciò non si è tradotto in performance azionarie superiori al mercato. Parker di Trivariate raccomanda un approccio diverso rispetto al semplice accumulo di titoli ad alto rendimento. Gli investitori dovrebbero invece cercare società con bassi payout ratio e la capacità di aumentare i dividendi tramite la crescita degli utili – un segno che dispongono di ampi profitti netti da distribuire agli azionisti.
Le società dell’S&P 500 hanno distribuito circa 720 miliardi di dollari in dividendi negli ultimi 12 mesi, quasi il 40% del reddito netto dichiarato, secondo Bloomberg. E dovrebbero aumentare gli utili del 12% nel 2025 e di un ulteriore 13% nel 2026.
Per soddisfare i criteri di Parker, le aziende con una propensione a incrementare le cedole devono pagare meno del 40% del reddito netto in dividendi e avere una crescita degli utili prevista in linea con il mercato.
Parker ha identificato 15 titoli che rispondono a questi requisiti, tra cui: AngloGold Ashanti (miniere d’oro), F&G Annuities & Life (assicurazioni vita), Nelnet (prestiti studenteschi), Roper Technologies (tecnologia industriale e sanitaria), Cencora (distribuzione farmaceutica), Cinemark Holdings (cinema), Navigator Holdings (trasporto gas), Capital One Financial (banca), Western Alliance Bancorp (banca regionale), Leidos Holdings (difesa), Vistra (utility), Western Digital (storage dati), UniFirst (abbigliamento da lavoro), Umb Financial (servizi finanziari) e Cheniere Energy (Lng).
Questi titoli hanno tutti aumentato o cominciato a pagare i dividendi negli ultimi 12 mesi e versano in media meno del 30% dell’utile netto. Inoltre il mercato si aspetta che incrementino gli utili di oltre il 20% nel 2026, lasciando ulteriore spazio alla crescita delle cedole.
La lista di Parker ha un altro vantaggio: la valutazione. I 15 titoli trattano in media 14 volte gli utili stimati per il 2026, in forte sconto rispetto al multiplo di 20 dei pagatori di dividendi dell’S&P 500.
I dividendi potrebbero non tornare mai più a essere la fonte principale dei rendimenti azionari – «Forse, un giorno», dice Parker – ma non è necessario che tornino di moda per essere una buona idea da inserire in portafoglio. (riproduzione riservata)
