«Never say never», dicono gli americani. Ovvero nulla è da escludere. Per ora, dopo una settimana di voci, smentite, turbolenze sul mercato del reddito fisso e sul fronte politico e su quello delle banche, il chairman della Fed Jerome Powell resta al suo posto con un mandato in scadenza nel maggio del prossimo anno.
Donald Trump – che lo aveva nominato nel suo incarico durante il suo primo mandato presidenziale - non lo licenzierà, anche perché non può senza l’equivalente di una «giusta causa» che non riguardi la politica monetaria ma l’operato del chairman sul piano gestionale e operativo alla banca centrale, come richiede una legge del 1935 e come confermato dalla Corte Suprema americana nei mesi scorsi. E anche perché le forti, ripetute e pesanti critiche a Jay Powell hanno generato un effetto che il presidente americano non può trascurare: una diffusa levata di scudi a difesa dell’indipendenza della Fed e dell’operato di Powell.
Esemplare la frase di Jamie Dimon, ceo di JPMorgan, secondo cui «muoversi attorno alla Fed può avere conseguenze negative. L’assoluto contrario di quello che è l’obiettivo». Ovvero, in altre parole, Trump e i suoi collaboratori hanno avuto negli ultimi giorni un segnale abbastanza chiaro di quali sarebbero le conseguenze di un intervento drastico sul mandato di Powell, ovvero conseguenze sui mercati finanziari – in primis sul mercato dei titoli di stato e sul dollaro – e fra gli operatori economici e finanziari.
Trump insiste da settimane per un taglio dei tassi Usa, ma i dati economici più recenti segnalano che il rischio inflazione non è certamente stato superato. Per ora il presidente americano, dopo le voci di un imminente licenziamento di Powell, ha replicato che questo è «altamente improbabile», per poi aggiungere che «nulla è da escludere». E lo stesso Trump che in maggio aveva dichiarato «non c’è inflazione. I prezzi della benzina, dell’energia e dei beni di consumo sono in calo. La Fed deve ridurre i tassi, come hanno fatto l’Eurozona e la China. Cos’è che non funziona con il “sempre tardi” Powell?». E poi «l’Europa ha tagliato i tassi dieci volte» (in realtà, otto) «e noi nessuna. I nostri dovrebbero essere più del 2,5% e far risparmiare miliardi di dollari per tutto il debito a breve di (creato dalla presidenza, ndr) Biden».
Lo scenario di una «giusta causa» legata ai costi dei lavori di ristrutturazione – da due miliardi di dollari - della sede della banca centrale americana a pochi passi dalla Casa Bianca, è circolato ma non sembra davvero rilevante per la vicenda in corso. Così come pochi scommettono che sia Powell stesso a dimettersi per le pressioni sul suo operato.
Ma sui nomi dei possibili successori pesano altri elementi. Trump, che spesso ha fatto nomine inaspettate, non cerca solo un chairman della Fed vicino alle sue posizioni (Powell è sempre stato repubblicano) ma qualcuno che sia oggi favorevole a un taglio drastico dei tassi Usa. E al tempo stesso che accetti l’idea di una banca centrale meno indipendente dalla Casa Bianca di quanto non lo sia da decine di anni.
Ed è su questo ultimo punto che alcune delle candidature più eccellenti non convincono: sono conservatori sul piano economico e politico ma non mettono in discussione l’indipendenza della Fed. E Trump non vuole certo un Powell-bis. Senza contare che il meccanismo della Fed prevede che le decisioni di politica monetaria vengano prese a maggioranza dai 12 membri del consiglio monetario, e quindi un chairman venuto dall’esterno potrebbe trovarsi isolato sul piano operativo.
Il più gettonato fra i potenziali successori è l’attuale direttore del National Economic Council, Kevin Hassett, che vanta stretti rapporti con Trump e ha lavorato in passato alla Fed, mentre sono in leggero calo le quotazioni di Kevin Warsh, che in passato è stato membro del consiglio monetario della Fed ed era in lizza per l’incarico già quando venne nominato Powell. Warsh, oggi alla Hoover Institution, promette una sostanziale riforma della banca centrale.
Un altro nome che circola - ma sicuramente meno gettonato - è quello di David Malpass, ex presidente della Banca Mondiale e prima sottosegretario al Tesoro, molto vicino a Trump e ben conosciuto a Wall Street dove era chief economist di Bear Stearns.
Ethan Harris, ex capo economista di BofA Merrill Lynch, ritiene probabile che Trump nomini un «chairman ombra», che trasformi il restante mandato di Powell in una «anatra zoppa», ovvero con le mani legate: questo forzerebbe «il nuovo chairman a impegnarsi in anticipo a ripetuti tagli dei tassi di interesse».
Per Harris, autore di libri fondamentali su Alan Greenspan e Ben Bernanke, due dei quattro candidati citati più di frequente - Cindy Bowman e soprattutto Christopher Waller che siedono oggi nel consiglio della Fed e sono stati nominati da Trump – «non hanno grandi probabilità perché Trump (giustamente!) sarebbe preoccupato di un replay di Powell, con un nuovo chairman più fedele all’istituzione che al presidente» americano.
Harris ritiene che Hassett abbia le maggiori possibilità, e che possa essere lui il «chairman ombra» che si impegni di fatto a ripetuti tagli dei tassi. Ma in quel caso, il risultato sarebbe una «Fed divisa con il (nuovo) chairman in minoranza».
A questo si aggiungono altri e più estremi scenari: quello di un doppio incarico per Scott Bessent, che sarebbe così segretario al Tesoro e chairman della Fed, o addirittura quello che Bessent opti per la Fed e lasci l’incarico al Tesoro. Queste sono ipotesi assai improbabili perché il doppio incarico sul fronte economico non avviene da decine di anni e segnalerebbe la fine dell’indipendenza della Fed dal potere politico, e perché Bessent è uno dei pilastri dell’attuale amministrazione e ha dichiarato pubblicamente di non essere interessato a un altro incarico.
Resta quindi lo scenario di un commissariamento de facto di Powell con la nomina anticipata del suo successore ben prima del maggio ‘26. Su questo, suggerisce l’analista di un grosso hedge fund newyorkese, pesa lo scenario di un consiglio della Fed schierato a difesa del chairman uscente e pronto a frenare un nuovo chairman in pectore. «Se lo immagina un nuovo chairman senza maggioranza nel consiglio monetario della Fed?», mi suggerisce l’interlocutore, aggiungendo che questo «suggerisce che le regole e i tempi per la nomina di un nuovo chairman dovrebbero essere rispettati per evitare turbolenze», ma «soprattutto che vada nominato qualcuno vicino e rispettato dal direttivo della Fed».
Tempi lunghi, si direbbe, sia per il taglio dei tassi Usa che per il cambio al vertice della Fed. Ma, appunto, «never say never». (riproduzione riservata)