Donald Trump porterà a Davos qualcosa di molto diverso da un ramoscello di ulivo per celebrare il gruppo per la Pace a Gaza: si tratta di una nuova edizione dei dazi.
Complice la chiusura dei mercati finanziari per la ricorrenza del Martin Luther King Day, l’attenzione negli Usa è incentrata altrove e i pochi commenti pubblici hanno per ora sottolineato come sia prematuro presentare scenari economici e finanziari sul tema tariffe in questa fase.
Per saperne di più occorrerà perciò aspettare l’appuntamento in Svizzera, dove ci sarà un confronto senza precedenti tra il presidente americano e i Paesi che intendono fermarlo nella conquista della Groenlandia, la causa del nuovo scontro commerciale tra Usa e Ue.
Mercoledì Trump sarà al World Economic Forum con una grossa delegazione Usa e non c’è dubbio che la Groenlandia e la conseguente guerra commerciale con Bruxelles sarà al centro dell’attenzione più del board per la Pace in Medio Oriente.
Gli incontri bilaterali ruoteranno attorno sia al futuro della Nato sia allo scenario di dazi straordinari del 10% (aumentabili in seguito fino al 25% se i Paesi europei non accetteranno lo scenario di un acquisto americano dell’isola) a partire da febbraio nei confronti di otto Paesi europei che si sono apertamente schierati contro il presidente americano e i progetti di annessione o acquisto per il territorio amministrato dalla Danimarca. Ovvero nei confronti dei Paesi che hanno anche inviato truppe nell’isola in solidarietà.
In realtà il presidente americano dovrebbe presentare al Forum il suo programma per l’edilizia residenziale americana, un piano incentrato sulla sostenibilità dei mutui immobiliari. Il tutto mentre il verdetto della corte suprema americana sulla legalità dei dazi imposti da Trump è imminente, come lo è quello della nomina del prossimo chairman designato della Federal Reserve. Per non parlare del fronte domestico americano con la tensione a Minneapolis fra gli agenti dell’immigration e i politici e l’opinione pubblica locale con lo scenario dell’invio di nuove truppe.
L’amministrazione Trump e il governo danese hanno confermato nei giorni scorsi le loro differenze di vedute al termine di incontri bilaterali a Washington sul tema della Groenlandia e ieri una delegazione bipartisan di senatori americani ha avuto incontri a Copenhagen con i colleghi danesi per sostenere la loro contrarietà ad ogni progetto di annessione.
Per l’amministrazione americana l’accordo sulla difesa fra i due Paesi che permette agli Usa di aumentare la sua presenza militare nell’isola previo preavviso alle parti interessate, non è sufficiente. L’invio, più simbolico che altro, di truppe europee in Groenlandia ha però scatenato la reazione di Trump, ma è dei giorni scorsi la notizia che anche il Canada sta valutando la possibilità di inviare soldati.
E fra gli scenari possibili c’è anche quello di una mozione bipartisan al Congresso contro i piani militari di Trump. Non a caso, sul Washington Post, Simon Nixon ha scritto ieri in un editoriale che «la minaccia di annessione della Groenlandia da parte di Trump rischia di essere la maggiore minaccia per l’Europa dai tempi della caduta del muro di Berlino ne 1989. Quello fu un momento di celebrazione. Questa volta gli unici a celebrare sono Vladimir Putin in Russia e Xi Jinping in Cina».
Per Jonas Goltermann, vice capo economista sui mercati di Capital Economics, scrive che «il rischio di un ritorno al caos sulle tariffe è chiaramente cresciuto, ma siamo ancora lontani da quel livello di disordine. Siamo convinti che la moderazione prevarrà prima che la situazione sfugga di mano sui mercati o sul fronte geopolitico».
In un altro commento gli economisti di Global Economics sostengono che, se le minacce di dazi si materializzeranno, (i dazi stessi) «peserebbero per pochi decimali di punto percentuale sul Pil delle economie coinvolte e aumenterebbero in misura simile l’inflazione negli Usa. Le conseguenze politiche e geopolitiche sarebbero sicuramente maggiori». (riproduzione riservata)