Anche per i grandi patrimoni di private banking il Btp ad alto rendimento esercita una forza di attrazione difficile da sconfiggere. Ma per Matteo Benetti, direttore generale di Credem Euromobiliare Private Banking (Pb), il messaggio che deve passare è un altro: il potere d’acquisto di un patrimonio si difende con le azioni. E anche la logica di investimento deve cambiare, passando da quella classica basata sull’età dell’investitore a una più anglosassone, focalizzata sugli obiettivi che si vogliono perseguire. Eppure, nei portafogli italiani la componente azionaria è ancora minoritaria: per questo è necessario che le reti e i banker creino una nuova cultura dell’investimento.
Nata dall’unione di Credem Private Banking e Banca Euromobiliare, Credem Euromobilare Pb ha appena annunciato l’arrivo a capo della rete di consulenti di Luca Romano, prefessionista di lungo corso proveniente da Bnl Bnp Paribas, dove era responsabile della rete di life banker. Benetti, che ha parlato con MF-Milano Finanza della sua visione di investimento e delle future strategie di Credem Euromobilare Pb, è nel gruppo emiliano dal 1997, dove ha ricoperto ruoli crescenti tra cui dg di Banca Euromobiliare e coordinatore delle reti wealth della banca. In Aipb (associazione di categoria del private banking) è membro del cda e del comitato direttivo.
Domanda. Benetti, che bilancio possiamo tracciare dopo un anno dalla nascita di Credem Euromobiliare Private Banking?
Risposta. Siamo molto soddisfatti perché abbiamo raggiunto risultati importanti in un contesto esogeno difficilissimo, caratterizzato da tassi di interesse elevati, alta inflazione, shock geopolitici. Per il nostro business principale, cioè la gestione del risparmio, si tratta di uno scenario veramente difficile. Siamo tuttavia riusciti a mettere a segno il record di raccolta netta: quasi 2 miliardi a livello di private banking di gruppo.
D. Qual è lo stato dell’arte del private banking in Italia?
R. Il rialzo dei tassi d’interesse ha ridotto la liquidità sul mercato o quantomeno ne ha rallentato lo sviluppo a cui eravamo abituati con il lungo periodo espansivo delle banche centrali. La diretta conseguenza è che per vincere sarà necessario conquistare quote di mercato: spazio per crescere c’è ancora, ma sempre meno in valore assoluto e sempre più in forma relativa rispetto agli altri operatori.
D. Vedete dei trend anche lato prodotti?
R. Dopo 15 anni di crescita senza sosta il risparmio gestito in Italia sta rallentando, anche per via della serrata concorrenza dei titoli di Stato ad alto rendimento, che attirano sempre più l’appetito dei risparmiatori, inclusi i clienti del private banking. Per questo motivo la nostra industria deve essere in grado di offrire un approccio diversificato, evitando che tutto il patrimonio della clientela venga allocato in Btp, peraltro con scadenze neanche troppo brevi.
D. Qual è l’alternativa ai titoli di Stato?
R. Vorrei che passasse un messaggio importante: dall’inflazione non ci si difende con i bond governativi, ma con le azioni. Anzi, una concentrazione del portafoglio troppo alta in titoli di Stato rischia di far perdere potere d’acquisto. Fare educazione su questo tema è un aspetto cruciale.
D. Cosa chiedono oggi i clienti a livello di prodotti di investimento e di servizi?
R. Purtroppo la componente azionaria in portafoglio è ancora bassa: incrementarla è la nostra priorità. Più in generale, notiamo che gli investitori tendono spesso a guardare al rendimento fine a sé stesso e più sicuro possibile. Di conseguenza, anche il mondo degli illiquidi è percepito come sempre meno interessante.
D. C’è una soluzione?
R. Noi come operatori di private banking dobbiamo creare cultura, sia nel risparmiatore sia nelle reti. Il messaggio che deve passare è che oltre Btp e simili ci sono le azioni e anche i bond societari di tipo investment grade: strumenti finanziari che possono davvero fare la differenza in portafoglio. E poi un altro tema riguarda l’approccio agli investimenti.
D. In che senso?
R. L’approccio classico italiano è che si investe in base all’età che si ha. Per fare un esempio, un investitore di 80 anni dovrebbe avere gran parte del portafoglio investita in Bot. Ecco, per noi questo è un approccio inefficiente. Vogliamo provare a spingere la clientela a investire in modo anglosassone: non in base all’età ma agli obiettivi. Un cliente di 80 anni, a prescindere dalla sua età, può avere ad esempio l’obiettivo di pagare l’università ai nipoti. Questo obiettivo non si raggiunge certo con i Bot.
D. Tornando al mercato, con i tassi sul punto di scendere che prospettive vede nei prossimi mesi?
R. Evitando di fare previsioni in un’ottica di brevissimo periodo, vediamo un'economia più forte delle attese. Proprio per questo negli Stati Uniti il taglio ai tassi non è affatto scontato. Lato azionario un accumulo sui ribassi rimane un tema importante, anche perché gli italiani in generale hanno pochissime azioni in portafoglio.
D. Lato obbligazionario?
R. Qui ci interessa soprattutto la parte investment grade, non solo governativa, e con duration non eccessivamente lunga. Anche se, va ricordato, se ci fosse uno storno dell’equity la parte lunga della curva potrebbe tornare a essere attrattiva. Di sottofondo, voglio ripeterlo, rimane sempre e comunque l'esigenza di continuare a lavorare sulla componente azionaria, che difende il potere di acquisto dell’investitore.
D. Per concludere, qual è la vostra ricetta per cavalcare le attuali esigenze di mercato?
R. Il punto di partenza è sempre quello di ascoltare il cliente: il prodotto di per sé è una commodity, non fa davvero la differenza. Se si ascolta il cliente si costruisce il portafoglio migliore per lui e si gestiscono le difficoltà che ci sono e ci saranno sempre. Il cliente va educato, gli va spiegato cosa si sta facendo e perché. Non conta tanto la fine di un investimento, ma l'inizio: capire cioè cosa voglia davvero il cliente e di cosa abbia bisogno. Stiamo inoltre investendo molto in accoglienza ed experience verso i clienti: di base i nostri clienti sono abituati a frequentare brand con altissimi livelli di servizio nell’hotellerie, nella moda o nell’arredamento , e vogliono un'esperienza al livello del loro standing. (riproduzione riservata)