Dopo aver superato di slancio Bettino Craxi, salendo con 1.069 giorni sul podio dei governi repubblicani più longevi, Giorgia Meloni ha già inquadrato la seconda piazza occupata dal quarto e ultimo esecutivo di Silvio Berlusconi, del quale per inciso anche lei faceva parte come ministro della Gioventù. Ma anche la prima posizione è alla sua portata. Per sorpassare il secondo governo del Cavaliere, detentore del record con 1.412 giorni, le basterà arrivare al prossimo 4 settembre.
Il percorso non è in discesa. Non tutto, almeno. Politicamente non ci sono avversari. L’opposizione è divisa e inerte, concentrata nella ricerca di un’identità. Né la fronda interna, che pure ogni tanto batte un colpo, ha qualche possibilità di mettere in crisi l’assetto del governo Meloni. La Lega mastica amaro tutte le volte che bisogna mettere mano alla cassa per sostenere lo sforzo bellico dell’Ucraina contro Mosca, però non va oltre il mal di pancia.
La sinistra invece spera in uno scossone dal referendum costituzionale sulla riforma della giustizia. Ma la premier non ha commesso l’errore di Matteo Renzi e tutto fa pensare che anche una sconfitta (i sondaggi finora danno comunque in vantaggio i sì) scivolerà via senza conseguenze, come invece accaduto nel dicembre 2016 dopo la bocciatura popolare della riforma voluta dall’attuale leader di Italia Viva.
In mezzo però, a dispetto di una propaganda dal trionfalismo sconcertante, gli scogli restano numerosi. E i problemi da affrontare possono fare del 2026 l’anno più complicato perché precede le elezioni politiche. La verifica elettorale si avvicina e per le promesse fatte all’inizio arriva prima o poi la resa dei conti. Quasi mai facile: da quando è iniziata la cosiddetta Prima Repubblica i governi uscenti sono stati regolarmente puniti da elettori sempre meno numerosi.
Innanzitutto ci sono i problemi sul piano sociale. Il taglio delle tasse, stella polare della maggioranza, si è ridotto a una limatura insignificante. Ampiamente compensata inoltre dagli aumenti di tariffe (tipo i pedaggi autostradali) e imposte indirette (tipo le accise sulle sigarette). Per non parlare di un fronte ancora più caldo: le pensioni. Non solo l’abolizione della legge Fornero, che Salvini cavalca da anni, è finita in archivio, ma le condizioni per andare in pensione sono state ulteriormente inasprite, con l’aggiunta di un giro di vite all’Opzione Donna.
Quanto alla sanità, l’aumento degli stanziamenti non è tale da far fronte alle condizioni critiche in cui versa il servizio sanitario pubblico, soprattutto al Sud, con l’invecchiamento della popolazione.
Ma i conti sono quel che sono. E se si vuole uscire dalla procedura d’infrazione europea per deficit eccessivo non ci sono molti margini di manovra. Questo risultato almeno si rivelerà confortante per il governo. Senza tuttavia dare quella svolta alle condizioni sociali ed economiche del Paese che sarebbe necessaria.
La crescita economica ristagna nonostante la massiccia iniezione di denaro del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (si veda articolo a pagina 16): senza quei soldi l’Italia si troverebbe in recessione. E il bilancio delle opere del Pnrr, che dovrebbe chiudersi entro il 30 giugno di quest’anno, non è ancora chiaro.
La produzione industriale, in picchiata dal 2022, è tornata ai livelli del 2020, l’anno della pandemia. Fra il 2021 e il 2024 il crollo dell’indice Istat ha sfiorato il 9%. Non c’è Paese dell’Ocse che abbia registrato un risultato tanto negativo. Le crisi produttive si moltiplicano. Mentre un settore storicamente trainante come quello dell’auto sta rapidamente evaporando.
Le vetture uscite dagli stabilimenti italiani nel 2024 sono state addirittura meno delle 342 mila del 1950. E il settore dei veicoli commerciali, che negli ultimi anni ha contribuito per quel che poteva al mantenimento dei livelli occupazionali, dovrà ben presto fare i conti con la vendita di Iveco all’indiana Tata. Altro passo dello smantellamento di ciò che un tempo era la Fiat, dopo la cessione di Magneti Marelli e della divisione robotica Comau.
Ed è coerente con questa scelta un gesto altamente simbolico come la vendita del gruppo editoriale Gedi, dal 2020 nell’orbita Exor, proprio nell’anno del cinquantenario del quotidiano che ha cambiato la grammatica del giornalismo italiano. La Repubblica ha iniziato le pubblicazioni nel gennaio 1976 e festeggerà con ogni probabilità il mezzo secolo di vita passando a un editore greco in affari con gli arabi.
Va detto che nel libero mercato non ci sarebbe una responsabilità del governo per questo genere di operazioni. Un privato può vendere un’azienda senza che la politica possa sollevare obiezioni. Ma se l’attività è considerata strategica per l’interesse nazionale qualche voce in capitolo la politica può averla. Accade ovunque, anche nei Paesi dove la proprietà privata è sacra, come gli Stati Uniti.
E poi ogni Paese avanzato che si rispetti segue una politica industriale per tutelare anche le proprie vocazioni economiche e produttive. Da questo punto di vista un pesante rilievo si può e si deve fare. Da troppi anni l’Italia non ha una politica industriale degna di tale nome e le conseguenze sono tangibili.
La desertificazione produttiva avanza fra i balbettii dei governi di turno. I quali azionano il potere del golden power per mettere i bastoni fra le ruote a chi conduce operazioni politicamente sgradite alla maggioranza (come l’acquisizione di Banco Bpm da parte di Unicredit). Mentre investitori esteri comprano fette rilevanti di imprese strategiche, quale per esempio la società della rete di comunicazioni di Telecom Italia. Il che fa dire che un uso più sensato e riflessivo del golden power sarebbe auspicabile.
La mancanza di una politica industriale si scorge plasticamente nella rogna più grossa che il governo Meloni dovrà affrontare; il destino dell’ex Ilva. L’anno vecchio si è chiuso con la prospettiva che l’acciaieria fisicamente più grande, ma anche più inquinante d’Europa, venga rilevata dal fondo di un miliardario britannico (Michael Flacks) con base in America. L’ipotesi è spuntata dopo il fallimento della prospettiva di un’acquisizione da parte dell’azera Baku Steel o dell’indiana Jindal.
E l’anno nuovo si apre con la possibilità che pure il presunto nuovo acquirente faccia marcia indietro, dopo il rifiuto del dissequestro dell’altoforno 1, protagonista a maggio di un disastroso incidente. Uno stato di cose, quello dell’Ilva, che ha messo a nudo l’inconsistenza strategica dell’attuale ministero delle Imprese, incapace di dare vita a un progetto credibile e sostenibile per il rilancio dell’enorme città siderurgica di Taranto.
Era il 17 novembre 2022 quando il ministro Adolfo Urso, appena insediato, annunciava per l’ex Ilva la predisposizione di «una chiara politica industriale che porti al mantenimento di una asset strategico per il Paese a beneficio di tutta l'Europa e nell'interesse anche dei consumatori italiani». Secondo Federacciai, quell’«asset strategico» sta ora accumulando perdite fra 80 e 100 milioni di euro al mese a causa di una produzione ormai ridotta a circa un quinto delle potenzialità dello stabilimento. Chi dice di volerlo comprare oggi offre un euro.
È una vicenda che per certi aspetti ricorda quella di un secondo enorme e costosissimo malinteso, nella migliore delle ipotesi, maturato in questi primi tre anni di governo Meloni. Si tratta del Ponte sullo Stretto di Messina, altra bandiera sventolata con sicumera accanto all’abolizione della legge Fornero dal vicepremier Salvini.
Gli annunci roboanti succedutisi negli anni a proposito della prossima apertura dei cantieri hanno cozzato contro il muro della Corte dei Conti. Che ha spiattellato un elenco di criticità insuperabili, le stesse già da tempo evidenziate da Milano Finanza. A cominciare dall’impossibilità di mantenere in vita il vecchio contratto firmato vent’anni fa con il general contractor per le mutate condizioni anche di prezzo che in base alle norme europee rendono necessaria una nuova gara.
Ragion per cui sulla grande impresa è in atto una pausa di riflessione per decidere come venire fuori da una situazione del resto ampiamente prevedibile. Incredibile è che nonostante la cosa fosse palese fin dall’inizio i responsabili si siano intestarditi ad andare avanti facendo perdere altro tempo (e magari anche denaro).
L’unico campo nel quale il governo Meloni procede senza ostacoli è l’occupazione dei posti di potere. Questo giornale ha documentato, fin dall’inizio dell’avventura del centrodestra nella stanza dei bottoni, la sistematica azione con cui Fratelli d’Italia e Lega, ma senza trascurare Forza Italia e perfino Noi Moderati, hanno piazzato propri esponenti ai vertici delle società pubbliche. Senza particolare riguardo, in moltissimi casi, per le competenze e la professionalità dei soggetti prescelti: spesso solto per onorare debiti elettorali.
Un’abitudine non nuova, seguita anche dai governi precedenti. Ma stavolta con sfrontatezza senza precedenti. Ed è onestamente difficile immaginare un cambio di passo nel 2026. Non fosse altro perché è l’anno che precede le elezioni e ci sono da nominare i vertici delle autorità indipendenti che regolano i rapporti fra i cittadini e il potere economico e politico. Si intuisce da quello che per ora è ancora un segnale: se è vero che alla presidenza della Consob è destinato, come dicono gli osservatori più esperti, Federico Freni. Deputato della Lega, è l’attuale sottosegretario all’Economia con la delega ai mercati finanziari. Quelli su cui vigila proprio la Commissione sulla borsa. (riproduzione riservata)