??????Anche se non è ufficiale, il sistema monetario internazionale è tornato al Gold Standard. Solo così si spiega la corsa rialzista dell’oro del 2025, culminata con un finale di anno all’insegna di nuovi record storici al di sopra dei 4.500 dollari l’oncia. E sebbene l’oro non sia stata, in termini percentuali, la commodity più performante dell’anno (platino, argento e palladio hanno fatto meglio), è stata di gran lunga la più significativa. Il fatto che il rialzo sia stato generato dai forti acquisti delle varie banche centrali mondiali (Cina in testa), e non da semplice speculazione, lascia presagire di essere entrati in una fase nuova dell’economia. Sembra quasi che i grandi istituti monetari mondiali vogliano riequilibrare le proprie riserve d’oro rispetto alla base monetaria (di moneta fiat), cresciuta enormemente in epoca di quantitative easing. Il problema è che non s’intravede ancora la fine di questo percorso intrapreso dalle banche centrali. Anzi, le crescenti tensioni sovranazionali tra Occidente e Oriente lasciano presagire che i futuri scambi commerciali saranno effettuati sempre meno carta contro carta.
Anche l’argento entra di diritto all’interno di questi ragionamenti mentre, per platino e palladio, le ragioni dei rialzi sono diverse. I rialzi degli ultimi mesi dell’anno di questi due metalli sono sopraggiunti con la possibile modifica delle normative europee sui motori a combustione, che posticipano la totale dismissione dei motori endotermici e i loro relativi catalizzatori (ad alto contenuto di platino e palladio). In Cina si è poi registrato un forte aumento dell’interesse nei futures di platino e palladio sulle borse locali, che ha aumentato la domanda di questi metalli. Da quando la Guangzhou Futures Exchange (Gfex) ha aggiunto i suoi nuovi contratti alla fine di novembre, il prezzo del platino a Londra sul London Metal Exchange (attualmente il punto di riferimento del mercato globale dei lingotti) è aumentato del 20% in dollari americani, mentre il palladio è aumentato del 15%.
Sull’ottovolante per gran parte dell’anno è stato invece il rame che comunque chiude con una perfomance annuale di circa il 30% a causa di un mix di domanda globale alta e offerta ridotta. La transizione verso energia verde, veicoli elettrici, aggiornamenti delle reti elettriche e infrastrutture richiede grandi quantità di rame, ma la produzione mineraria fatica a crescere.
Dall’altra parte della classifica delle materie prime dell’anno ci sono invece le soft commodities, con succo d’arancia e cacao che hanno pesantemente invertito il trend rialzista dell’anno precedente. Per la materia prima cara al consueto film di Natale «Una poltrona per due», il calo annuale è stato nell’ordine del 55% grazie ai dati sul raccolto brasiliano che indicavano una forte crescita della produzione di arance per la stagione 2025/26, dopo anni di scarsa offerta. Per quanto riguarda invece il cacao, seconda peggior commodities del 2025, i prezzi dei futures sono scesi perché la produzione globale ha iniziato a migliorare e le previsioni di raccolto in Costa d’Avorio e Ghana sono risultate più alte del timore iniziale, riducendo la pressione sull’offerta. Allo stesso tempo, la domanda industriale si è indebolita con la lavorazione del cacao (grindings) calata in Europa, Asia e Nord America a causa dei prezzi elevati, spingendo alcuni produttori di cioccolato a ridurre la domanda o usare ingredienti alternativi.
Da evidenziare infine il calo annuale di poco meno del 10% del petrolio, materie prima che quest’anno è rimasta incastrata nella morsa della geopolitica, piuttosto che nella solita querelle di aumenti/tagli della produzione dell’Opec. (riproduzione riservata)