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Tlc, dall’impero alla giungla: come la privatizzazione e la concorrenza hanno rivoluzionato il settore
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Tlc, dall’impero alla giungla: come la privatizzazione e la concorrenza hanno rivoluzionato il settore

22 aprile 2024, 02:20

Rame, telefonate e sms sono diventati fibra, messaggi vocali e connettività perenne. Dai contenuti all’energia, oggi i gruppi del settore guardano a nuovi servizi per ritrovare i margini perduti | Netco, spunta una data per il closing e il trasferimento del debito a Kkr

Dalla Sip alla Telecom Italia senza rete, dal rame alla fibra ottica e i satelliti, dal telefono fisso agli smartphone, dalle telefonate passando per i centralini ai messaggi vocali, dai primi sms alla perenne connettività. Se è difficile stabilire quale settore sia cambiato maggiormente nel corso degli ultimi 35 anni di storia, sicuramente quello delle telecomunicazioni in Italia e nel mondo ha vissuto una rivoluzione continua che ancora oggi non accenna a fermarsi.

Sia per quanto riguarda le imprese e gli attori che ne sono stati protagonisti - vincitori, sconfitti o «capitani coraggiosi» - sia per quanto riguarda le tecnologie, gli interessi finanziari, politici e strategici con cui le realtà italiane si sono via via intrecciate e i servizi più disparati da mettere a disposizione per strappare un prezioso cliente alla concorrenza.

Tim, ascesa e declino

Per raccontare quello che sono stati gli ultimi 35 anni delle telecomunicazioni in Italia non si può non partire da Telecom Italia, nome sempre protagonista delle vicende finanziarie italiane sin dalla sua nascita. Che però, nel 1989, ancora non esisteva. Vide la luce solo nel 1994, erede della fusione della monopolista Sip con Iritel, Telespazio, Italcable e Sirm dopo il riassetto delle tlc voluto dall’Iri. Il primo passo verso la privatizzazione del settore e l’apertura alla concorrenza. Quella di Telecom Italia arriva nel 1997, quando il governo Prodi scelse di quotare in borsa un colosso praticamente privo di debiti.

Da lì le vicende finanziarie del gruppo leader del mercato – l’opa dei «capitani coraggiosi» di Roberto Colaninno, la seguente gestione a trazione Pirelli e Marco Tronchetti Provera, fino all’ingresso di Vivendi – hanno portato al momento attuale, potenzialmente altrettanto storico: lo scorporo e la vendita della rete al private equity americano Kkr. Molto difficilmente torneranno i fasti in borsa: basti pensare che nel suo momento di massimo splendore, la capitalizzazione di Tim superava i 36 miliardi di euro.

Concorrenza all’europea

Il progressivo affossamento a Piazza Affari di Tim, però, non è stato generato solo da un debito via via sempre più ingestibile, ma da un mercato cambiato radicalmente e sempre più complicato. In primis con lo sbarco in Italia di grandi concorrenti: da Vodafone, entrata nel mercato italiano proprio grazie all’operazione di Colaninno finanziata anche con la cessione di Omnitel e Infostrada al gruppo britannico, a Wind nata dall’alleanza di Enel con i tedeschi di Deutsche Telekom e i francesi di France Télécom; dai cinesi di Ck Hutchison con Tre alla Fastweb degli svizzeri di Swisscom e ai francesi di Iliad che, anche a causa della sua dirompente politica di prezzi, ha contribuito a rendere più feroce la concorrenza nel mercato delle telecomunicazioni in Italia.

Una concorrenza alimentata e spinta anche dall’orientamento politico e strategico dell’Unione Europea. Il settore delle tlc è uno di quelli che ha visto andare verso il basso le tariffe proposte ai consumatori. E se per i privati cittadini è diventato «normale» andare alla ricerca del risparmio di pochi euro al mese nel settore delle tlc, per le imprese la guerra dei prezzi (alimentata anche da scelte di business a volte discutibili) si traduce in una contrazione di ricavi e margini su quelle che dovrebbero essere per definizione le proprie attività core.

La spinta all’aggregazione che ciclicamente attraversa il settore per provare a risolvere uno dei problemi alla radice viene frenata dal regolatore europeo, che di fatto impone la presenza di almeno quattro operatori infrastrutturali. Qualche segnale di cambiamento è arrivato dall’ultimo white paper. Se la tendenza cambierà lo si vedrà dopo il matrimonio Vodafone-Fastweb: il mercato italiano continuerà a cercare un’altra aggregazione per aggiustarsi.

Verso il futuro oltre le tlc

Anche perché la concorrenza non è solo interna: ormai da anni le Big Tech consentono la comunicazione istantanea. E se fino a qualche anno fa la sfida era solo sulla messaggistica, ormai anche le comunicazioni vocali fanno parte dell’offerta dei diversi social network. Senza che, sottolineano spesso le società, ci sia parità di trattamento a livello di regolamentazione e investimenti richiesti. Perché al settore delle tlc continua a essere richiesto, per rimanere competitivi e alimentare il progresso tecnologico dell’intera società, corposi investimenti per migliorare la velocità e la qualità delle connessioni. Fibra ottica e 5G, nei prossimi anni i satelliti: tecnologie essenziali per il mondo, sempre più data-driven e iperconnesso. E i cui investimenti miliardari finiscono per rappresentare una zavorra sui conti delle società.

Non a caso, allora, tutti i gruppi di tlc stanno valutando di espandersi anche oltre la propria sfera di attività tradizionale. Dai pacchetti di contenuti multimediali ai servizi per le imprese sulla conservazione e protezione dei dati, dall’energia alle assicurazioni: praticamente tutte le realtà italiane stanno valutando o si sono attivate per allargarsi. Che sia questa la prossima fase della continua rivoluzione delle telecomunicazioni? (riproduzione riservata)



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