Il 2026 è partito con il botto per i titoli di Stato italiani. Solitamente il mese di gennaio è di per sé positivo per il mercato dei buoni del Tesoro, ma l’inizio del nuovo anno ha superato persino le attese: per il Btp a sette anni con scadenza il 15 marzo 2033 (e cedola annua del 3,15%) e la riapertura del Btp Green con scadenza il 30 aprile 2046 (e cedola annua del 4,1%) sono stati emessi complessivamente 20 miliardi di euro, a fronte di una domanda totale che ha superato i 265 miliardi, di cui circa 150 miliardi per il titolo a sette anni e oltre 115 miliardi per il Btp Green.
Il dato più rilevante che spicca dal resoconto finale del ministero dell’Economia guidato da Giancarlo Giorgetti è che i due collocamenti hanno visto una «partecipazione straordinariamente diversificata» in termini di residenza degli investitori (oltre 40 Paesi per entrambi i titoli), con ampio interesse da parte della componente estera. Infatti, la quota allocata presso questi ultimi è stata pari al 78,8% per il titolo a sette anni e all’84,1% per il Btp Green, mentre gli investitori domestici hanno sottoscritto rispettivamente il 21,2% e il 15,9%.
Tra gli investitori esteri, la quota più rilevante del collocamento è stata sottoscritta in Europa, in particolare da Regno Unito (22,6% sul sette anni e 37,3% sul Btp Green), Paesi Scandinavi (rispettivamente 10,5% e 14,5%), Penisola Iberica (rispettivamente 9,2% e 9,5%), Germania, Austria e Svizzera (5% per entrambi i titoli), Francia (rispettivamente 4,8% e 4,5%). In Medio Oriente, invece, è stato sottoscritto il 6,1% e il 5,7% rispettivamente del titolo a sette anni e del Btp Green. E ancora, riporta il Mef, gli investitori nordamericani hanno sottoscritto il 7,1% del titolo settennale e il 3,6% del Btp Green mentre ai Paesi asiatici è stata assegnata una quota pari rispettivamente al 6,5% e 0,7%.
Insomma i titoli di Stato italiani, che finora venivano comprati in gran parte da banche centrali e investitori domestici, fanno sempre più gola anche all’estero. Un trend che già era emerso nei precedenti collocamenti di titoli di Stato e che, secondo quanto riportato da questo giornale citando un’analisi di Unicredit, si dovrebbe confermare anche nel corso del 2026.
Un interesse che deriva da una maggiore stabilità politica italiana, da politiche di bilancio più rigorose - premiate infatti dalle agenzie di rating - e da uno spread che è sceso (nella giornata dell’emissione dell’ultimo Btp a 7 anni) fino sotto i 63 punti base, ai minimi dal 2008.
Il crescente interesse anche degli investitori stranieri traina la domanda di titoli di Stato italiani e questo dovrebbe avere un effetto benefico sui prezzi, che potrebbero dunque salire. Al contrario, i rendimenti potrebbero scendere (sono inversamente proporzionali ai prezzi), ma restano comunque più alti di quelli dei Paesi dell’Europa core, Germania in primis. Sul sette anni, ad esempio, il Btp rende (al lordo della tassazione) ancora sopra il 3%, mentre il Bund è al 2,5%.
Concretamente questo significa, secondo gestori e consulenti, che la fase attuale potrebbe essere propizia per investire sui Btp, puntando soprattutto sulle scadenze intermedie, con un intervallo tra 5 e 10 anni. In questo range i rendimenti sono ancora intriganti (sui tassi fissi a sette anni si può bloccare un rendimento netto annuo tra 2,7% e 2,8%), con in più la prospettiva che i prezzi possano salire grazie all’appeal crescente dell’Italia.
Allo stesso tempo un orizzonte non troppo lontano, evita all’investitore i maggiori rischi legati alle scadenze più lunghe: l’imprevedibilità dei tassi di interesse (anche se la Bce non dovrebbe alzarli, almeno nell’immediato futuro), il possibile deterioramento del debito pubblico e quindi la correlata discesa dei prezzi dei bond sovrani. Non è un caso che i Btp a tasso fisso a lungo termine (con scadenza dunque tra 15 e 20 anni) abbiano rendimenti a scadenza ancora più elevati, che in media supera il 3,5% proprio per il rischio maggiore che comportano.
Nel mercato secondario dei titoli di Stato gli investitori retail possono trovare Btp per tutti i gusti e le esigenze. Prendendo sempre come riferimento le scadenze intermedie a sette anni (2033), tra le più gettonate dai gestori nei loro portafogli-tipo per l’anno in corso, chi ha necessità di un’entrata fissa periodica tramite la distribuzione di cedole può trovare sul mercato titoli che pagano anche il 5,75% annuo, seppur con prezzi più elevati (quasi 117 per il titolo in questione) che si riflettono poi sui rendimenti effettivi a scadenza.
Anche se il prezzo scendesse, spiegano i consulenti, un Btp intermedio di questo tipo può essere tenuto anche fino a scadenza, beneficiando delle cedole periodiche, a fronte però di una perdita in conto capitale già incorporata nel rendimento a scadenza.
D’altro canto gli investitori che puntano su un ulteriore apprezzamento dei Btp, possono optare per l’acquisto di titoli di Stato a un prezzo sotto la pari: sempre sulla scadenza dei sette anni si può individuare per esempio un bond che prezza 95, seppur con una cedola più contenuta (2,45% annuo), ma con un rendimento a scadenza più elevato (2,78% quello netto).
Sempre in ottica di apprezzamento, l’investitore può andare a cercare scadenze lunghe e lunghissime, entrando a prezzi particolarmente contenuti ma tollerando tutti i rischi del caso, a cominciare dalla sensibilità ai tassi di interesse che gioco forza è più marcata all’allungarsi della scadenza. A titolo d’esempio, un Btp al 1 marzo 2072 prezza sotto 60 e ha una cedola annua del 2,15%: il rendimento netto a scadenza è del 3,69%, in larga parte legato al forte scarto tra prezzo di acquisto e valore di rimborso. Per chi (ipotesi più che plausibile) non volesse aspettare così tanto, la scommessa è che il favore del mercato possa proseguire, contribuendo ad alzare i prezzi dei titoli. (riproduzione riservata)