Il possibile ingresso di Cvc o di un altro fondo di private equity in Tim al posto di Vivendi non entusiasma il governo, mentre il titolo in borsa prende fiato dopo la corsa della seduta precedente e delle prime ore di ieri, confermando la distanza tra i valori attuali a Piazza Affari e i desiderata dei francesi.
Secondo quanto risulta a MF-Milano Finanza, l’ipotesi riportata da Bloomberg lunedì di un interesse del fondo britannico per il 23,75% delle azioni ordinarie di Tim in mano a Vivendi sarebbe stata accolta con qualche perplessità a Palazzo Chigi. Per quanto si parli solo di indiscrezioni e di un’operazione alle fasi preliminari – tanto che fonti vicine ai francesi hanno escluso discussioni in corso e la stampa ha parlato dell’interesse anche di Bain e Apax –, ci sarebbe uno scenario in particolare che non convincerebbe il governo Meloni: uno spezzatino del gruppo tlc.
Dopo aver faticosamente instradato la ristrutturazione del debito di Tim con lo scorporo e la vendita della rete al consorzio guidato da Kkr e Mef, infatti, sembra complicato immaginare che l’esecutivo possa impegnarsi in un’altra operazione finanziaria di ampio respiro su Tim, che nei primi mesi senza Fibercop sta provando a perseguire la via della crescita organica immaginata dal ceo Pietro Labriola.
Inoltre ci sarebbe il rischio che la vendita a pezzi delle varie anime di Tim, su tutte Consumer, possa dare vita a esuberi e problemi di natura occupazionale, come sottolineato dai sindacati che hanno messo in guardia da operazioni simili. Il benestare del governo a deal del genere è essenziale. Alcuni asset strategici sono ancora in mano a Tim – come la rete 5G e i data center – e perciò sarebbe richiesto il semaforo verde del golden power per coinvolgerli.
Al contrario un semplice ingresso nella compagine azionaria, con ritorni e tempistiche incerte vista l’estrema complessità del settore tlc, potrebbe essere difficile da allineare con gli interessi di fondi come Cvc.
Intanto, come detto, Tim a Piazza Affari ha tirato il fiato. Il titolo ha aperto ancora in netto rialzo, con un massimo intraday di 0,2888 euro, salvo poi ripiegare progressivamente sulla parità (complici le prese di beneficio dato il rally delle ultime settimane) e chiudere a 0,274 euro (-0,36%). I volumi sono stati alti: sono passati di mano 908,6 milioni di azioni, pari al 5,93% del capitale.
Il prezzo è ancora molto distante dalle mire di Vivendi, che per cedere il suo 23,75% vorrebbe 1,5 miliardi. Vale a dire circa 0,41 euro per azione, con un premio di circa il 50% rispetto alla chiusura di ieri.
Inoltre è difficile immaginare che Vivendi possa scegliere di vendere la propria quota prima di capire l’esito di due cause che coinvolgono Tim. Da una parte il ricorso dei francesi sulle modalità adottate dal cda per vendere la rete, la cui sentenza è attesa entro metà gennaio. Dall’altra la restituzione del miliardo di canone concessorio da parte del governo. Il giudice ha dato tempo fino al 20 gennaio a Tim e a Palazzo Chigi per trovare un accordo extra-giudiziale. Non è da escludere che se si arrivasse a un incasso in tempi rapidi questo possa dare un contributo al ritorno del dividendo nel piano industriale in preparazione, come già ipotizzato da Labriola. (riproduzione riservata)