La parte più semplice della riduzione dei tassi è stata completata dalla Bce il 6 marzo con il taglio dal 2,75% al 2,5%. Si tratta della sesta sforbiciata da giugno, quando il valore era al 4%. Dopo una riduzione dei tassi di 150 punti base, la politica monetaria è ora «significativamente meno restrittiva», per utilizzare il linguaggio della Bce.
In altri termini, i tassi si sono avvicinati molto al livello neutrale, quello che non stimola né comprime l’economia, che è stato stimato da Francoforte tra l’1,75 e il 2,25% ma che nei fatti è impossibile da determinare in anticipo. La sostanza è che lo spazio di manovra per ulteriori riduzioni dei tassi si è ridotto. Ma non è questo l’unico motivo per cui la Bce potrebbe mettere in pausa i tagli nelle prossime riunioni, ad aprile o giugno.
L’altro importante fattore è l’incertezza dello scenario economico, commerciale e geopolitico. In questa fase è difficile fare previsioni. Tutto può cambiare in base agli annunci del presidente Usa Donald Trump o (come si è visto nei giorni scorsi) del futuro cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Restano poi le incognite sulla guerra in Ucraina che possono incidere in modo rilevante sui prezzi dell’energia. In tal senso basti pensare che le ultime proiezioni di Francoforte hanno segnato un rialzo delle attese di inflazione per quest’anno (da 2,1 a 2,3%), ma questo incremento è già stato vanificato dalla discesa del costo di gas e petrolio negli ultimi giorni.
I mercati monetari scontano altre due riduzioni dei tassi quest’anno (fino al 2%), mentre un taglio nella prossima riunione di aprile è considerato probabile al 60%. Anche gli economisti ritengono che la Bce non abbia finito di abbassare i tassi: in genere le banche d’affari indicano uno-due tagli ulteriori quest’anno.
Nomura e Berenberg si aspettano il tasso terminale al 2,25%, mentre Goldman Sachs, Barclays, Pictet e Bnp Paribas prevedono due riduzioni ad aprile e giugno. BofA vede sforbiciate fino all’1,5%, Morgan Stanley fino all’1%. Francoforte del resto ha ammorbidito, ma non eliminato, il riferimento alla politica monetaria «restrittiva».
Al momento tuttavia i banchieri centrali preferiscono restare con le mani libere. La presidente Bce Christine Lagarde ha detto che la Bce sarà «più che mai» dipendente dai dati. Lagarde non si è sbilanciata sulla «direzione» dei tassi che invece a gennaio era stata definita «chiara», cioè diretta verso ulteriori riduzioni. Riguardo alla prossima riunione di aprile, la presidente Bce ha detto soltanto: «Se i dati diranno di tagliare, taglieremo, altrimenti faremo una pausa».
Il governatore francese François Villeroy de Galhau ha poi aggiunto sulla stessa linea: «Siamo aperti per ogni opzione, dobbiamo essere pronti ad agire e reagire velocemente. Non è il momento di usare il pilota automatico».
Due incertezze in particolare spingono i banchieri centrali alla cautela. Innanzitutto vanno considerati i probabili dazi Usa. Non è ancora chiaro quali saranno i prodotti colpiti. Gli umori di Trump sono in continua evoluzione e comunque le sue decisioni possono essere bloccate dai giudici federali. In generale l’introduzione di tariffe avrebbe un impatto negativo sull’economia europea. Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha stimato una minore crescita di circa lo 0,5% per l’Eurozona, con effetti maggiori in Germania e Italia. Un elemento importante riguarda l’eventuale ritorsione dell’Europa (anch’essa tutta da definire), che potrebbe alzare l’inflazione di qualche decimale ritardando il ritorno al target del 2%.
L’altra grande incognita riguarda i programmi dei governi Ue su difesa e infrastrutture. Le maggiori certezze in tal senso arrivano dalla Germania, l’unico Paese che ha lo spazio fiscale per un piano di dimensioni rilevanti, con un debito pubblico al 63% del pil.
Merz ha annunciato un fondo per le infrastrutture da 500 miliardi in 10 anni e esenzioni al cosiddetto «freno del debito» per le spese sulla difesa oltre l’1% del pil. Berlino deve ancora concretizzare le misure che di conseguenza possono avere un impatto differenziato.
In generale però il mercato vede la mossa di Merz come «un cambio di paradigma» e «un game changer» della Germania che porterà a maggiore crescita e inflazione. Di conseguenza i tassi di mercato sono saliti in modo rilevante sui titoli di Stato tedeschi ed europei. Alcuni analisti inoltre hanno rivisto al rialzo l’attesa sul tasso terminale della Bce.
Gli effetti sul pil non saranno comunque immediati. Difficile immaginare una forte ripresa dell’economia tedesca ed europea già quest’anno. Al contrario il rialzo dei tassi di mercato è stato istantaneo e potrebbe pesare sul costo di finanziamento di Stati, famiglie e imprese.
Inoltre al momento non si vede un impatto significativo sul pil legato al piano europeo da 800 miliardi. Queste risorse in realtà sono a livello nazionale, non europeo, e aumenterebbero il debito degli Stati. Italia e Francia non hanno rilevanti spazi di manovra nel bilancio pubblico. Il governo di Giorgia Meloni si è già mostrato freddo sulle misure. Senza risorse comuni Ue, il piano di Ursula von der Leyen rischia di essere molto fumo e niente arrosto.
In questo scenario è davvero difficile prevedere la crescita e l’inflazione dell’Eurozona e di conseguenza le manovre della Bce. I tagli dei tassi comunque non sembrano arrivati alla fine, anche se la maggior parte delle riduzioni è alle spalle. (riproduzione riservata)