Se la crisi in Medio Oriente dovesse protrarsi e compromettere ancora i flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz, tutte le misure tampone messe in atto dal governo italiano si rivelerebbero inefficaci. Secondo Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, la vera sfida sarebbe ridurre i consumi attraverso strumenti straordinari già sperimentati durante il Covid, come lo smart working, all’interno di una risposta coordinata e di lungo periodo.
Domanda. Quanto è esposta l’Italia alle crisi internazionali? Che rischio corre?
Risposta. Un rischio gravissimo. E uso i superlativo proprio perché è in contrasto con la tranquillità dei mercati che ci pongono di fronte un paradosso: il rischio geopolitico è molto elevato ma i prezzi stanno scendendo. Lo scenario, però, potrebbe cambiare radicalmente.
D. In peggio?
R. Sì. Oggi i mercati stanno semplicemente scommettendo che il problema si risolverà prima di arrivare al limite. Stanno facendo una valutazione razionale sulla durata della crisi, ma se questa previsione dovesse rivelarsi errata, la reazione potrebbe essere molto brusca.
D. Il governo Meloni come sta gestendo la crisi?
R. Con misure che possono funzionare solo se la crisi dura poco, perché se invece si prolunga diventano controproducenti e rischiano di generare solo nuovo debito pubblico. Quando c’è scarsità fisica di prodotto, la domanda deve necessariamente adattarsi all’offerta disponibile, lo strumento che consente questo adattamento è il prezzo. Se invece si mantengono artificialmente bassi i prezzi attraverso interventi pubblici, si rischia di incentivare i consumi proprio nel momento in cui sarebbe necessario ridurli.
D. Qual è l’alternativa?
R. In una situazione come questa non esistono soluzioni semplici o definitive. Se la crisi dovesse aggravarsi l’unico modo per ridurre rapidamente i consumi sarebbe intervenire sui comportamenti. Penso, ad esempio, a un maggiore ricorso allo smart working o persino alla chiusura delle scuole per alcuni giorni. Andare a rispolverare alcune misure adottate durante la pandemia.
D. Ci sono Paesi che stanno tornando all’era Covid?
R. Sì. Diversi Paesi asiatici più vulnerabili all’aumento dei prezzi energetici stanno già adottando strumenti di questo tipo. Se la situazione dovesse peggiorare, anche l’Europa dovrebbe prendere in considerazione misure analoghe.
D. Sarebbe più efficace una risposta europea?
R. Agire insieme è uno dei principi fondamentali dell’Unione europea e dovrebbe sempre guidare le nostre scelte. Tuttavia la politica fiscale resta una competenza nazionale e ogni Stato ha ampi margini di autonomia. Il punto è che le risorse pubbliche dovrebbero essere utilizzate soprattutto per investimenti strutturali. In una fase di emergenza è giusto aiutare chi è più colpito, ma riduzioni generalizzate delle imposte rischiano di essere poco efficaci. In certi casi possono essere più utili strumenti mirati come bonus o crediti d’imposta.
D. Cosa manca oggi alla strategia energetica comunitaria?
R. Manca una riflessione più pragmatica sull’offerta. L’Europa continua a concentrarsi quasi esclusivamente sulla transizione energetica, ma trascura il tema della produzione interna di idrocarburi. Anche l’Italia dispone di risorse nazionali, in particolare in Basilicata e in Sicilia. Nessuno sostiene che possano sostituire completamente le importazioni, ma potrebbero contribuire a rafforzare la sicurezza energetica. O le raffinerie: negli ultimi anni molte sono state chiuse e questo ha ridotto la capacità di trasformare il greggio in prodotti finiti. Le crisi energetiche non si affrontano con slogan. Servono infrastrutture, investimenti e una maggiore attenzione alla sicurezza degli approvvigionamenti. (riproduzione riservata)