Il dibattito italiano intorno all’attuazione del Pnrr continua a essere incentrato sull’andamento della spesa, che è evidentemente al di sotto delle previsioni. Era del resto difficile immaginarsi dati molto diversi, vista la scarsa abitudine a investire dell’intero sistema Paese e soprattutto delle pubbliche amministrazioni dopo un ventennio di politiche restrittive; e anche considerato che la gestione e la contabilizzazione della spesa sono state affidate a un apparato di eccellenza, quello della Ragioneria Generale dello Stato, che ha sempre avuto nel suo Dna la priorità esattamente opposta, consistente nella salvaguardia della finanza pubblica. Va da sé che il complesso sistema informatico adibito allo scopo riflette questo Dna, a partire dalla sigla ReGiS, che non a caso riprende, nelle sue consonanti, l’acronimo della Ragioneria.
Sfugge invece al dibattito che il Pnrr non è un insieme di risorse da impiegare, basate sui costi da sostenere, come sono ad esempio i fondi di coesione, bensì un meccanismo del tutto nuovo per l’Italia e per la stessa Unione Europea. La logica è quella dei «piani di performance»: il che vuol dire che le risorse, in termini di grants o di loans, sono versate dall’Unione a condizione che sia verificato il raggiungimento di una serie di milestone e target consistenti in riforme e investimenti. Investimenti che dunque andranno effettuati obbligatoriamente e rendicontati entro il 2026 ma che non necessariamente devono tenere il medesimo ritmo delle cifre che arrivano da Bruxelles (le quali per ora sono complessivamente pari a 102,5 miliardi, ben oltre la metà dei 194,4 miliardi totali). Ne hanno tratto beneficio fin qui le delicate finanze pubbliche italiane: tant’è che un ritardo, anche lieve, nel conseguimento di milestone e target o, ancora peggio, il reversal di riforme già adottate rischiano di bloccare l’arrivo di tali risorse o addirittura di determinarne una restituzione con conseguenze evidentemente nefaste per la nostra situazione di cassa.
Per comprendere meglio le caratteristiche di questo strumento così innovativo può essere utile non limitarsi alla lettura della relazione semestrale del governo (trasmessa alle Camere il 26 febbraio) ma gettare lo sguardo a livello europeo, ove la Commissione ha da poco presentato (il 21 febbraio) la sua mid-term evaluation. Vi si registra, con qualche compiacimento, il fatto che entro la fine del 2022 il Consiglio ha approvato i piani predisposti da tutti gli Stati membri e che entro la fine del 2023 quasi tutti li hanno emendati, anche per inserirvi il capitolo sull’autonomia energetica (RepowerEu). Si vede che alcuni Paesi, come la Spagna e la Lituania, che inizialmente si erano limitati a utilizzare i grants hanno poi seguito la soluzione italiana di chiedere tutte le risorse disponibili. E si può altresì osservare che il meccanismo non è risultato ininfluente in Polonia nel diminuire il consenso per il Pis nelle elezioni di metà ottobre scorso, in quanto solo il nuovo esecutivo ha avviato quelle riforme del potere giudiziario che rappresentano le prime super-milestone del Pnrr polacco.
Un bilancio dunque decisamente positivo, almeno quanto alla funzionalità del meccanismo, anche se ovviamente la Commissione non si sbilancia sull’effettivo conseguimento degli scopi originari, pur registrando con soddisfazione che le riforme così realizzate hanno consentito di incrementare significativamente la percentuale di attuazione delle country-specific recommandation che da tempo erano state indicate dalle istituzioni europee ai singoli Stati membri.
Per quel che riguarda l’Italia, se ne ricava la conferma di una leadership nell’attuazione, visto che nessun altro Paese ha fin qui chiesto la quinta rata. Certo, la revisione del Piano proposta dal nuovo governo, e approvata dal Consiglio il 5 dicembre 2023, ha spostato in là alcuni target particolarmente impegnativi (ad esempio, su ritardi di pagamento, digitalizzazione, giustizia), alleggerendo così la difficoltà (e l’ammontare) delle rate più vicine, e ha escluso dal Pnrr gli investimenti più difficilmente conseguibili a vantaggio di altri (consistenti ad esempio in crediti di imposta o nel finanziamento di investimenti energetici già avviati), contraddistinti da tempistiche più certe. Tuttavia l’indirizzo politico complessivo indicato nel Pnrr è rimasto ben saldo e fortunatamente non è stato intaccato dal passaggio di consegne tra il governo Draghi e il governo Meloni né dal connesso assestamento della governance. (riproduzione riservata)
*Università Luiss