In Europa sta per cambiare drasticamente il modo di fare shopping online di articoli low cost prodotti al di fuori dell’Unione europea. Dal 1° luglio, infatti, entrerà in vigore il nuovo dazio doganale a tariffa fissa da 3 euro per ogni acquisto di basso valore effettuato sulle grandi piattaforme di e-commerce localizzate al di fuori dei confini europei.
La misura – ribattezzata anti-Cina perché destinata a colpire in prima linea i colossi asiatici come Temu, Shein e AliExpress – mette la parola fine all’era del de minimis, la franchigia che esentava dai dazi doganali tutti i pacchi di valore inferiore ai 150 euro. La nuova tassa, comunque, seguirà un calendario da più tappe: inizialmente si applicherà solo su base volontaria, per poi diventare obbligatoria a partire dal 1 novembre 2026.
La misura rimarrà in vigore per un anno e mezzo, fino al 1° luglio 2028. Il tempo necessario per permettere alle dogane europee di raccogliere dati operativi e mettere a punto una tassazione regolare che terrà conto di più caratteristiche: peso, provenienza e valore del bene. Il flusso finanziario generato andrà a sostenere direttamente il bilancio dell’Unione europea: il 75% del ricavato confluirà nel budget comunitario, mentre il restante 25% rimarrà nelle casse dello Stato membro che effettua lo sdoganamento.
I dati macroeconomici che hanno spinto le istituzioni europee alla stretta fotografano un’espansione geometrica consolidata nell’area asiatica. Nel 2025 sono entrati nell’Ue ben 5,9 miliardi di piccoli pacchi dal valore inferiore ai 150 euro, pari a un ritmo di 16 milioni di colli sdoganati quotidianamente.
I flussi storici mostrano l’esplosione dell’e-commerce rispetto al commercio tradizionale di altri articoli, rimasto invece inchiodato a quota 130 milioni di pezzi all’anno: se nel 2022 i piccoli pacchi rappresentavano il 92% del totale delle merci importate, la percentuale è salita al 95% nel 2023 e al 97% nel 2024, per toccare il picco monstre del 98% nel 2025. L’anomalia è però tutta finanziaria: questa valanga di spedizioni low cost costituisce il 98% dei beni fisici che varcano i confini europei, ma genera appena il 2% del totale delle tasse doganali raccolte dall'Unione.
Accanto al dazio europeo da 3 euro, la riforma prevede l’introduzione di una ulteriore handling fee (una commissione di gestione delle pratiche doganali), che diventerà operativa con il nuovo codice delle Dogane Ue tra ottobre e novembre 2026, con un valore stimato tra i 2 e i 4 euro. Regola che apre un delicato fronte normativo in Italia, che ha già rinviato la tassa nazionale sui pacchi cinesi a causa delle proteste della logistica.
L’Italia ha infatti congelato una tassa nazionale da 2 euro, mai entrata in vigore a causa delle dure proteste degli spedizionieri. La linea di Bruxelles è netta: le misure nazionali devono cessare non appena entra in vigore la norma europea. In teoria, la commissione italiana da 2 euro non dovrebbe mai vedere la luce o, nel peggiore dei casi, resterebbe in vigore per appena un mese (dal 1° ottobre fino al via della handling fee comunitaria).
La necessità di ripristinare condizioni di parità risponde a una forte pressione competitiva sulle imprese dell’Ue, in particolare le pmi, schiacciate dai giganti dell’e-commerce extra-Ue. Il commercio al dettaglio tradizionale è l’asse portante dell'economia europea: esprime l’11,5% del valore aggiunto e garantisce 30 milioni di posti di lavoro, ma sta subendo un declino evidente che si traduce nella desertificazione dei centri urbani e nella perdita di occupazione locale.
Le aziende europee pagano infatti regolarmente i dazi doganali quando importano merci all’ingrosso, mentre i grandi operatori online extra-Ue spediscono i prodotti direttamente a casa dei consumatori sfruttando la franchigia e alimentando abusi sistemici come la sotto-valutazione e il frazionamento artificiale degli ordini. A ciò si unisce una pesante impronta ambientale dovuta al sovraconsumo, agli imballaggi non riciclabili e alla logistica a lungo raggio che raddoppia le emissioni da trasporto a causa dei frequenti resi.
L’intervento di Bruxelles si è reso indispensabile anche per motivi di sicurezza e salute pubblica. Proprio a causa della cronica carenza di controlli sui miliardi di piccoli colli, la Commissione Europea stima che oltre il 60% dei beni in arrivo non sia conforme agli standard Ue. I dati emersi dalle verifiche doganali coordinate nel 2025 sono pesantissimi: è risultato fuorilegge il 65% dei cosmetici, il 65% dei giocattoli e della piccola elettronica, il 63% degli integratori alimentari e il 60% dei dispositivi di protezione individuale.
La transizione si completerà il 1° luglio 2028, quando l’intero sistema passerà sotto il controllo dell’Autorità Doganale dell’Ue (Euca) con sede nella città francese di Lille e del nuovo Centro Dati Doganali dell’Ue. La responsabilità doganale e fiscale verrà interamente spostata dai consumatori alle piattaforme e-commerce, che dovranno segnalare le vendite all’hub immediatamente dopo la transazione online, rischiando severe sanzioni in caso di non conformità. Per gli operatori virtuosi verrà invece introdotto lo status di «Fiducia e Controllo» (Trust and Check), un canale di partenariato che garantirà forti semplificazioni burocratiche e permetterà alle merci, una volta superata la dogana d’ingresso in un Paese membro, di circolare liberamente in tutta l’Unione. (riproduzione riservata)