Stellantis riparte in Canada ma rallenta negli Stati Uniti. A partire da martedì 22 aprile riprende a produrre su due turni lo stabilimento canadese di Windsor, che si era fermato per due settimane a causa dei dazi del presidente Usa Donald Trump. Contestualmente però il gruppo ha annunciato una nuova pausa produttiva nei suoi principali impianti di Detroit, negli Stati Uniti.
Si tratta dei siti Mack e Jefferson North, entrambi situati nella zona est della città, dove vengono assemblati i Suv Jeep Grand Cherokee e Dodge Durango. I due stabilimenti interromperanno l’attività per l’intera settimana del 28 aprile, mentre il sito di Mack resterà fermo anche durante la settimana del 19 maggio. Nonostante il fermo, alcune unità operative, in particolare nei reparti verniciatura e riparazione, continueranno a lavorare, come specificato in una comunicazione interna inviata ai dipendenti dello stabilimento Mack.
La decisione è legata alla fase di transizione verso il nuovo modello Grand Cherokee, atteso nella sua versione restyling per il 2026. Secondo quanto dichiarato dall’azienda, la pausa servirà a garantire una produzione di qualità in vista del lancio del nuovo Suv e, contemporaneamente, a prolungare l’assemblaggio della versione attuale, quella del 2025.
«Per supportare un lancio di successo e assicurare i più alti standard qualitativi del nuovo modello, estendiamo la produzione dell’attuale Jeep Grand Cherokee 2025 negli stabilimenti di Detroit», ha spiegato alla stampa americana un portavoce di Stellantis.
Il contesto di mercato non aiuta. Nel primo trimestre del 2025, entrambi i modelli prodotti nei due impianti di Detroit hanno registrato un calo delle vendite. Le consegne del Grand Cherokee sono diminuite dell’11% su base annua, con 48.465 unità vendute, mentre il Durango ha subito una flessione del 9%, scendendo a 13.701 unità.
Sono dati che riflettono un rallentamento della domanda per i Suv di grandi dimensioni, in un mercato americano sempre più attento all’elettrificazione e all’efficienza nei consumi. Un mercato chiave per Stellantis, declassata da buy a neutral dagli analisti di Redburn, che non rialzeranno il giudizio «finché non miglioreranno le condizioni per una maggiore stabilità delle vendite negli Stati Uniti». Anche a causa di questo declassamento il titolo in borsa martedì 22 aprile, nel giorno dello stacco della cedola (0,68 euro ad azione), a Piazza Affari cede oltre il 2%.
La situazione si inserisce in un contesto più ampio e complesso: l’introduzione di nuove tariffe doganali da parte dell’amministrazione Trump. A partire da aprile è entrato in vigore un dazio del 25% su tutte le auto importate negli Stati Uniti. Una mossa che ha costretto Stellantis a rivedere rapidamente la sua catena produttiva, globalmente distribuita.
Il gruppo ha già fermato temporaneamente due impianti strategici: il Toluca Assembly Plant in Messico (dove si producono la Jeep Compass e il nuovo Suv elettrico Wagoneer S) e lo stabilimento canadese di Windsor, da cui escono le monovolume Chrysler e la muscle car elettrica Dodge Charger Daytona. La fermata degli impianti ha provocato circa 900 licenziamenti temporanei negli stabilimenti americani dedicati a motori e componentistica.
C’è però qualche segnale di ripresa: come detto, la produzione a Windsor riprende, consentendo a migliaia di operai di tornare in fabbrica. Anche diversi addetti degli impianti americani coinvolti nella catena produttiva – come Sterling Stamping, Indiana Transmission e Kokomo – rientreranno al lavoro proprio per supportare l’attività canadese.
Resta invece fermo, almeno fino ai primi di maggio, lo stabilimento Warren Truck Assembly, dove si producono i Suv Jeep Wagoneer e Grand Wagoneer. In questo caso la motivazione è tecnica: la carenza dei nuovi motori Hurricane sei cilindri, destinati in larga parte ai pickup Ram 1500, che rappresentano uno dei modelli di punta di Stellantis negli Stati Uniti.
Il gruppo, guidato ad interim dal presidente John Elkann da quando a dicembre si è dimesso l’ad Carlos Arrestare, continua a dover gestire una situazione complessa in Nord America: da un lato, l’aggiornamento della gamma con il nuovo Grand Cherokee; dall’altro, gli effetti a catena di un contesto economico e geopolitico turbolento, aggravato da dazi e instabilità nella domanda. Elementi sui quali è quotidianamente impegnato da qualche mese il capo di Stellantis in Nord America, l’italiano Antonio Filosa.
Stellantis si gioca molto nella sfida americana, in un mercato che fino al 2023 ha garantito i maggiori margini al gruppo. Il 30 aprile sono attesi i conti relativi al primo trimestre dell’anno e la società ha già comunicato che nei primi tre mesi c’è stato un calo complessivo delle consegne del 9% a livello globale, con un -20% in Nord America. (riproduzione riservata)