Il caso Stellantis torna al centro del dibattito politico e sindacale. A riaccendere i riflettori è il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, che al termine di un incontro con la segretaria del Pd Elly Schlein ha lanciato un nuovo allarme sulle prospettive dell’automotive italiano, chiedendo un intervento diretto del governo.
«Siamo di fronte a una situazione preoccupante da un po’ di tempo», ha dichiarato Landini. «Da due anni chiediamo che Stellantis venga convocata e che Palazzo Chigi affronti il problema di quello che sta succedendo nel settore. A fine anno la produzione sarà inferiore alle 300 mila auto, contro una potenzialità industriale italiana di 1,5 milioni».
Per il leader della Cgil, il nodo non è il Green Deal europeo. «Il problema non è il green deal: Stellantis non vende nemmeno i modelli non elettrici, perché non li ha progettati, e c’è un ritardo evidente sugli investimenti. Il rischio è molto concreto». Parole che sanno di critica alle recenti posizioni assunte dal gruppo guidato da Antonio Filosa, che per voce sia del ceo che del presidente John Elkann sta attaccando l’Unione Europea chiedendole un’urgente revisione delle norme che riguardano le auto.
Landini ha poi allargato la critica alle politiche industriali del Governo, sostenendo che la manovra «alla voce investimenti pubblici riporta zero, così si porta il Paese a sbattere».
Le parole del numero uno della Cgil hanno immediatamente innescato la reazione del leader di Azione, Carlo Calenda, che ha accusato Landini di essersi accorto tardi della crisi industriale. «Landini si è svegliato. Sarà perché Elkann vuole vendere Repubblica?», ha affermato con toni polemici. «Negli ultimi due anni era impegnato a fare populismo e a parlare d’altro».
Il confronto politico che si riaccende su Stellantis si inserisce in un contesto in cui la produzione nazionale del gruppo dell’auto è in forte calo nel 2025 rispetto a un già debole 2024, mentre il governo, impegnato anche in Europa, è chiamato a definire una strategia di lungo periodo per il settore. La richiesta di un tavolo a Palazzo Chigi diventa così l’ennesimo segnale di tensione tra sindacati, opposizioni e maggioranza sulle politiche industriali e sul futuro dell’automotive italiano. (riproduzione riservata)