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Stato o mercato? A 150 anni dalla sua nascita la lezione di Luigi Einaudi sul paradosso della concorrenza
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Stato o mercato? A 150 anni dalla sua nascita la lezione di Luigi Einaudi sul paradosso della concorrenza

di Guido Stazi*
22 marzo 2024, 20:30 Ultimo aggiornamento: 20:58

Le riflessioni dell’economista ricordano che la libertà economica e quella politica sono due facce della stessa medaglia

Il pensiero del grande economista e politico liberale Luigi Einaudi si è dispiegato dagli inizi del ‘900 alla sua scomparsa in migliaia di scritti e interventi attraversando i grandi temi della teoria economica ma anche quelli politici e culturali derivanti dalla caduta in Europa delle monarchie liberali ottocentesche, dall’avvento dei regimi totalitari e dalla nascita delle repubbliche costituzionali. Tutti eventi che lo videro protagonista, coronati dall’elezione a presidente della Repubblica il 12 maggio 1948.

Stato o mercato?

Ma il tema che ha intessuto continuamente la sua riflessione intellettuale è stato quello dei rapporti tra Stato e mercato, tra la libertà di iniziativa economica dei singoli e i limiti posti dalle leggi e dall’intervento pubblico, fino al dibattito con Benedetto Croce su liberismo e liberalismo.

Quando a metà degli anni ‘50 in Italia si discuteva sull’opportunità di introdurre una legge a tutela della concorrenza Einaudi affermò: «È lecito manifestare un qualche scetticismo intorno al successo del tentativo quando si pensi che molta parte della legislazione vigente e dell’opera, consapevole o no, dell’amministrazione italiana è precisamente volta a porre le condizioni nelle quali fioriscono i monopoli». In effetti la prima legge antitrust italiana vide la luce solo molti anni dopo, nell’ottobre 1990.

La questione che Einaudi poneva era costituita dalla natura delle regole da applicare al mercato in una società liberale: un conto è discutere sulle norme fondamentali per garantire l’ordine di mercato e la rimozione degli ostacoli allo svolgimento del processo concorrenziale, altro è porsi obiettivi di carattere politico, economico o sociale e pensare di poterli raggiungere imponendo regole e limitazioni al funzionamento del mercato e al comportamento degli operatori. Le norme antitrust camminano sul crinale che divide le regole fondamentali per garantire il libero svolgimento del processo di mercato e quelle che, in sostanza, ne mettono in discussione l’autonomo operare cercando in qualche modo di preordinarne gli esiti.

L’elemento del paradosso

Quindi c’è un elemento di paradosso nel proporre in una società liberale una legge - cioè un intervento dello Stato - a tutela della concorrenza e non a caso dieci anni fa per i «tipi» di Rubbettino a cura di Alberto Giordano è stato pubblicato «Il paradosso della concorrenza», volume che rispolverava alcuni saggi einaudiani dei primi anni ‘40.

Tra questi «Economia di concorrenza e capitalismo storico», in cui Einaudi affermava che «le norme giuridiche le quali oggi favoriscono o tollerano accordi taciti o palesi per rialzare prezzi, profitti, rendite e salari debbono essere sostituite da altre che quegli accordi rendano impossibili; e la osservanza della nuova legge deve essere affidata a magistrati indipendenti e inflessibili, posti all’infuori di ogni possibilità di arbitrio o di favore. La pianta della concorrenza non nasce da sé e non cresce da sola; non è un albero secolare che la tempesta furiosa non riesca a scuotere; è un arboscello delicato il quale deve essere difeso con affetto contro le malattie dell’egoismo e degli interessi particolari e sostenuto attentamente contro i pericoli che d’ogni parte del firmamento economico lo minacciano».

Dall’altro lato però, «il paradosso della concorrenza sta in ciò che essa non sopravvive alla sua dominazione. Guai al giorno in cui essa domina incontrastata in tutti i momenti e in tutti gli aspetti della vita. La corda troppo tesa si rompe». Anche perché «la sostanza dell’economia capitalistica non sta nel rendere schiavi gli uomini delle cose, sì nell’opposto concetto di liberare gli uomini dalla schiavitù di lavorare così duramente come prima per ottenere la stessa quantità di cose».

E per raggiungere questi obiettivi sociali era necessario «ridurre il campo dove vigoreggiano la grande impresa, la industria colossale, i grandi magazzini, le agglomerazioni operaie, le città mostruose. Anche laddove la macchina comanda, dove la concorrenza impone la riduzione dei costi spingendo al massimo la divisione del lavoro, importa opporre una diga, molte dighe al dilagare del livellamento, dell’asservimento degli uomini alla macchina bruta; importa combattere i cartelli, i monopoli, i consorzi e decentralizzare l’industria».

Due facce della stessa medaglia

Il pensiero di Einaudi aveva presente i guasti, anche politici, delle grandi concentrazioni industriali e dei cartelli promossi in quegli anni dai regimi totalitari in Germania e Italia, ma, letto oggi, mostra una grande attualità nelle preoccupazioni derivanti dal gigantismo industriale determinato dalla rivoluzione tecnologica e dai suoi impatti non solo sugli assetti economici e la vita delle persone ma anche su quelli democratici e geopolitici. Perché, citando ancora il pensiero di Einaudi, «il frutto spirituale immateriale più alto della economia di mercato è quello di sottrarre l’economia alla politica. Le decisioni su quel che si deve produrre, sul come produrlo, sul quanto produrre sono prese direttamente dal vero unico padrone del mercato, dall’uomo consumatore. I consumatori decidono, ciascuno per conto proprio, e i produttori ubbidiscono in guisa da soddisfare perfettamente le esigenze dei consumatori».

A 150 anni dalla sua nascita Einaudi ci ricorda che la libertà economica e quella politica sono due facce della stessa medaglia. (riproduzione riservata)

*segretario generale Autorità Antitrust



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