Domenica 26 maggio cala il sipario su quello che da molti viene ancora considerato come «il campionato più bello del mondo». La Serie A ha già incoronato, con giornate di anticipo, il suo vincitore: l’Inter. Ventesimo scudetto per la squadra nerazzurra, che ha letteralmente sbaragliato gli avversari sul campo, come fece la stagione scorsa il Napoli.
Ma se da un lato c’è il netto verdetto sportivo dei vinti e vincitori a comporre la classifica del calcio italiano, dall’altro c’è un diverso campionato non meno significativo: quello dei conti dell’azienda-calcio.
E qui tutto si ribalta, quasi un mondo alla rovescia. Dove l’Inter che vince sul campo perde clamorosamente sul piano dei bilanci. Una sorta di legge del contrappasso. E non è una coincidenza che, mentre esce a testa alta dagli stadi, proprio l’Inter patisca in questi giorni un cambio di proprietà con l’indebitato Steven Zhang costretto a gettare la spugna agli americani di Oaktree.
Escutendo il pegno sulle azioni del club per il mancato rimborso da parte del proprietario cinese del prestito da 275 milioni, lievitato con gli interessi a 380 milioni con cui Zhang si salvò dal quasi crac tre anni fa, il fondo è il nuovo padrone del club nerazzurro con il 99,6% delle quote. Un redde rationem con un tempismo che assurge a simbolo. Vinci il campionato ma perdi quello dei conti.
MF-Milano Finanza ha costruito così la nuova classifica della serie A in base ai bilanci societari, graduatoria che muta diametralmente rispetto a quello sportiva. Come parametro principale c’è il rapporto tra debiti e ricavi che indica per approssimazione la sostenibilità finanziaria dei club.
L’unica avvertenza, doverosa, è che le squadre pubblicano gran parte dei bilanci a giugno, alla chiusura della stagione sportiva, e i conti pubblici sono pertanto quelli della scorsa stagione. Manca quindi l’impatto che questa stagione ha apportato ai conti, con i premi legati al campionato e alle future competizioni europee e al calciomercato. Più che possibile quindi vedere tra qualche mese miglioramenti e peggioramenti della situazione, ma resta un quadro di fondo, ormai strutturale, di un’azienda-calcio con debiti fuori controllo, perdite e capitali ridotti all’osso.
Guardando la classifica dei virtuosi e viziosi sul fronte dei conti ecco che l’Inter, oberata da oltre 800 milioni di debiti totali, scivola agli ultimi posti: tra questi 800 c’è il famoso bond da 415 milioni in scadenza nel 2027, per il quale però, ha assicurato la società, non è scattata alcuna clausola legata al possibile rimborso anticipato, nonostante il cambio dell’azionista di controllo. E anche l’agenzia Fitch ha confermato che «il rating del bond Inter», che è B+, «non sarà influenzato dall’arrivo di Oaktree».
In compagnia dei nerazzurri ci sono altre big come Roma e Juventus, che pur in questa stagione sul campo hanno posizioni alte di classifica. La società giallorossa ha più di 600 milioni di debiti, ma va detto che poco meno della metà sono verso la proprietà dei Friedkin. Al contrario tra i club con una sana gestione aziendale, in cui i debiti sono sotto controllo rispetto ai fatturati generati, spiccano squadre come Fiorentina, Empoli, Atalanta e Milan. Oltre a Napoli e Bologna.
Per tutte queste «virtuose» i debiti a fine giugno del 2023 erano al di sotto del valore dei ricavi. Segno, questo, di una struttura finanziaria sostenibile: quando i debiti superano le entrate, allora il sistema è sotto stress finanziario. I debiti per non portare al crac le società, come per le normali aziende, devono essere supportati da flussi di cassa e da margini positivi di reddito. Le squadre di calcio, come avviene da anni, non producono margini a sufficienza. Anzi finiscono per lo più in rosso: niente margini né utili a sostenere i debiti.
Come si vede dalla tabella, nella stagione 2022/2023 solo quattro club su 20 hanno prodotto utili, mentre la gran parte dei club chiude in perdita. E la perdita per l’azienda-calcio non è un fatto episodico, ma spesso si trascina nel tempo. Solo a titolo di cronaca, la Juventus, che ha dovuto ricapitalizzare più volte la società, ha accumulato perdite dal 2018 in modo ininterrotto per oltre 700 milioni. L’Inter nelle ultime quattro stagioni ha superato il mezzo miliardo di passivo. La Roma, con l’ultima stagione chiusa con un buco di bilancio di 102 milioni, ha generato perdite nelle ultime stagioni per oltre 600 milioni.
Quando macini perdite e i tuoi debiti superano di gran lunga il fatturato, allora la tensione finanziaria sale alle stelle. Ecco perché la scelta di indicare il rapporto tra debiti totali e ricavi come un buon indicatore della salute finanziaria dei club. E da questo punto di vista il vero campione è Rocco Commisso, il miliardario americano che ha rilevato anni fa la Fiorentina dai Della Valle.
Qui la sana gestione aziendale si vede eccome, con debiti per soli 78 milioni su 148 milioni di ricavi, ma non solo: l’accortezza nella gestione è accompagnata da una forte solidità patrimoniale con capitale netto per ben 293 milioni a giugno 2023. Di fatto il club toscano risulta il più capitalizzato d’Italia.
Un’altra virtuosa, quanto a livello di patrimonio netto, è il Milan, che sotto la gestione Elliott (prima) e Cardinale (poi) ha molto migliorato le performance aziendali: il club rossonero ha chiuso l’ultimo bilancio tornando in utile per 6 milioni, dopo la perdita di 66 milioni del 2022. Anche Atalanta e Napoli mostrano forte solidità finanziaria: il patrimonio netto del club bergamasco, gestito per anni dalla famiglia Percassi, che ha ceduto una quota di maggioranza a Stephen Pagliuca, era a giugno del 2023 di 185 milioni, più che sufficienti a fronteggiare un debito più basso dell’equity per soli 133 milioni.
Anche l’Atalanta, da anni una delle squadre meglio gestite e che fa molto turnover dei calciatori con ricche plusvalenze dalle cessioni dei migliori soppiantati da giovani di talento, riesce a fare utili e non solo per una stagione. La storica vittoria dell’Europa League ottenuta in settimana, primo trofeo internazionale per gli orobici, avrà effetti notevoli sul bilancio della stagione in corso e fa dell’Atalanta un esempio da imitare non solo per il resto del calcio italiano, ma per tutto il movimento europeo.
Gli utili più consistenti della scorsa stagione li ha portati a casa il Napoli di Aurelio De Laurentiis: forte della vittoria dello scudetto ha capitalizzato le entrate aggiuntive da primo della classe. Nel 2023 il club partenopeo ha prodotto quasi 80 milioni di profitti, anche in questo caso sfruttando al meglio il player trading, una delle voci di ricavo più importanti per i club dopo i diritti televisivi.
La ricca messe di utili ha portato il capitale netto della società a oltre 140 milioni. Rispetto al club bergamasco la leva debitoria però è più elevata, anche se d’assoluta sicurezza. Di contro, il Napoli quest’anno dovrà fare i conti con una classifica di campionato del tutto deludente dopo lo scudetto.
Nella classifica dei club meglio gestiti ecco poi una provinciale: l’Empoli. Il club toscano, storico vivaio di talenti, è ben capitalizzato e nonostante la piccola perdita ha pochi debiti sui ricavi e soprattutto è virtuoso nella gestione del monte stipendi, vera mina del mondo del calcio.
Le star del pallone e i tecnici con i loro maxi-ingaggi pesano eccome sui conti. In media il peso del costo del lavoro sui fatturati è del 70%, con casi che arrivano come per la Salernitana del patron Danilo Iervolino, mister miliardo ex proprietario dell’Università telematica Pegaso che potrebbe cedere a breve il club a un fondo Usa, a valere oltre il 110% dei ricavi. Situazione analoga per Frosinone (110%) e Monza (114%).
L’Empoli, proprio perché fa crescere il vivaio e punta sui giovani promettenti per poi rivenderli, vanta un costo del personale che è la metà del fatturato. Virtuoso è anche il Milan, che è dimagrito sotto la presidenza Scaroni e che vede un costo del personale per poco più del 40% degli ultimi ricavi, mentre anche l’Atalanta è ben sotto il 50%.
Il Monza, che ha visto aumentare fortemente i costi per la campagna acquisti dello sbarco in serie A, ha anche il record delle maxi-perdite rispetto ai ricavi. Nella scorsa stagione ha chiuso in rosso per 60 milioni su ricavi per 68 milioni. Ma dietro al Monza c’è Fininvest che garantisce il debito e soprattutto ricapitalizza a ogni perdita. Il tutto finché, dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi, la figlia Marina non deciderà che la misura è colma.
Da tempo non è un mistero che Fininvest si sbarazzerebbe volentieri dell’asset calcio, una delle poche palle al piede della finanziaria di famiglia. Da mesi si è affacciato alla finestra Orienta Capital Partners, una società che predilige investimenti in settori dall’elevato potenziale di crescita, ma un accordo per il passaggio di proprietà non è arrivato e pare che la linea di Adriano Galliani (vicepresidente e ad del club) abbia per ora preso il sopravvento su future cessioni.
Tra le viziose ci sono anche due squadre come Lazio e Torino. Il club biancoceleste di Claudio Lotito ha un patrimonio netto negativo (-38 milioni) e deve anche far fronte a un debito che supera i 225 milioni, una cifra che vale oltre il 150% dei ricavi. Non va meglio al club granata di Urbano Cairo: 101 milioni di ricavi ma quasi 160 di debiti, anche se in questo caso il costo per gli stipendi dei giocatori è circa la metà rispetto a quanto spende Lotito.
Oltre alle big (Inter, Roma, Juve) in forte difficoltà finanziaria, e non da ieri, tra le grandi indebitate c’è il Genoa, che dopo la funambolica gestione di Enrico Preziosi ha visto cambiare proprietà. Il fondo americano 777 Partners ha riportato in Serie A il club al primo tentativo e messo insieme una buona squadra per la categoria.
Ma il Genoa perde soldi (rosso di 32 milioni nel 2023, comunque meno dei -62 milioni precedenti) e c’è un debito che vale il 227% dei ricavi, dato che fa scivolare la squadra rossoblu all’ultimo posto della classifica di Milano Finanza. Inoltre il fondo americano che possiede il Genoa, ma anche altri diversi club, sembra in difficoltà tra debiti e cause legali dal Belgio (lo Standard Liegi ha problemi) al Brasile (idem il Vasco Da Gama), mentre il tentativo di acquistare l’Everton appare ormai fallito.
Un ultimo paragrafo lo merita il Sassuolo, squadra retrocessa in Serie B dopo 11 anni consecutivi nel massimo campionato. Una favola che finisce dopo la scalata iniziata e completata da Giorgio Squinzi, scomparso nel 2019. Il club si porta in B un debito da 200 milioni e non sarà facile gestire i conti con i ricavi che scenderanno senza i diritti tv della A.
Ma ai neroverdi resta la proprietà del Mapei Stadium di Reggio Emilia. Come si sa, sono ancora troppo pochi i club che possono vantare questo asset: oltre alla Juventus, l’Udinese, l’Atalanta e il Frosinone, ma forse soltanto i bianconeri finora sono riusciti a portare a casa una buona fetta di ricavi aggiuntivi grazie al proprio impianto.
Alla fine quindi «il campionato più bello del mondo» sul piano economico-finanziario è la brutta copia della normale gestione aziendale. Tutti più o meno si indebitano, ma, a fronte di debiti che con gli interessi andranno onorati, cosa c’è a fronteggiare l’attivo? A parte chi possiede lo stadio di proprietà, gli altri come ricchezza vantano le figurine dei calciatori. Attivi immateriali che possono valere 100 come zero e che sono compravenduti confidando in copiose plusvalenze che a volte sono solo sulla carta. Valori aleatori quindi.
In più i club sono da anni fuori controllo sul fronte dei costi, spesso esplosivi, che mandano al tappeto i conti, in un panorama in cui le perdite di bilancio sono la norma. I proprietari spesso tendono ad avere il braccino corto sul fronte dell’apporto di capitali. L’aggregato della serie A a livello di rapporto tra debiti ed equity vede il capitale a valori che fanno fatica a raggiungere il 10% sul debito.
Finora Covisoc (l’organismo di controllo) e Figc non sono riuscite granché a frenare questa deriva. Venerdì 24 il consiglio dei ministri ha approvato il decreto che vara la nuova e tanto discussa «commissione indipendente per il controllo economico-finanziario» dei club sportivi professionistici di calcio e basket, voluta dal ministro dello Sport, Andrea Abodi: questo nuovo organismo sarà in grado di invertire la rotta? La neonata autorità è già accusata di minare l’indipendenza dello sport come sostiene il presidente del Coni Giovanni Malagò: «La storia dirà se questo provvedimento migliorerà o meno il mondo dei campionati professionistici». (riproduzione riservata)